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LA STORIA

“I miei 100 giorni in lotta col virus”

Don Torfino Pasqualin per oltre tre mesi “ostaggio” del Covid

“I miei 100 giorni in lotta col virus”

13/04/2021 - 01:20

Tre mesi di malattia ma al tempo stesso pieni di vita quelli trascorsi da don Torfino Pasqualin, a lungo ricoverato a causa del Covid. Il parroco badiese, che segue anche la vicina comunità di Canda e Pissatola, ha voluto condividere la propria difficile battaglia con il virus attraverso una testimonianza condivisa sui canali social dell’unità pastorale di Badia Polesine e pubblicato anche sul periodico diocesano “La Settimana”. “Sono stato aggredito dal Covid circa a metà del dicembre scorso - ricorda il prete - e sono uscito dalle unghie del virus, dopo essere stato ospite di tre ospedali, soltanto martedì 23 marzo. Tre mesi e una settimana”. Cento giorni in lotta contro il virus.

“Tutto - ricorda il religioso altopolesano - è iniziato con una improvvisa febbre oltre 38; mi sono subito preoccupato di controllare la saturazione dell’ossigeno nel sangue, risultata molto bassa; immediatamente sono stato indirizzato al ricovero nell’ospedale di Trecenta. Mi sono così trovato confinato tra due sponde di un lettino, da cui non si poteva pensare di scendere per nessun motivo. Ben presto mi sono convinto che era impensabile godere di un minimo di libertà”. Il parroco badiese ripercorre poi tutte le tappe della propria degenza, a partire dalla perdita dell’appetito e dalla successiva comparsa di una flebo “sopra la mia testa”, un momento in cui “la mente cominciava a vacillare”.

Don Torfino però non si è mai lasciato cadere nel nulla, anche grazie alla fede e alla vicinanza dimostrata da amici e conoscenti. Anche gli operatori sanitari incontrati nel corso della degenza hanno lasciato un segno nella memoria del parroco. “Un pomeriggio - racconta don Torfino - un infermiere, con una gentilezza squisita, senza che glielo chiedessi, mi si è avvicinato dicendomi: ‘Don, voglio farle la barba’. E che dire delle infermiere di Badia e di Canda che, una volta riconosciutomi, mi hanno salutato, suscitando in me la voglia di vivere ancora come prete nella comunità dei credenti, nelle parrocchie del nostro servizio sacerdotale? Ho detto infermieri, ma ricomprendo con questo termine anche tutti i vari operatori sanitari che si sono presi cura di me. Anche i medici, oberati come erano dai molti ammalati di Covid 19 si sono mostrati attenti e generosi nel loro servizio alle persone singole. Chi mi conosce sa che non sono troppo espansivo, né estroverso, né esuberante, ma non mi sono mai sentito depresso; e, pur sognando di tornare a casa, non me ne sono mai fatto un problema”.

Nonostante la lunga battaglia contro il Covid sia stata tutt’altro che facile, il parroco termina la propria testimonianza ponendo in luce ciò che di bello ha potuto vivere nel corso dei tre mesi all’ospedale. “Sono tentato di dire che è stata vita anche quella dei miei tre mesi di ammalato ricoverato, ho vissuto molto perché molti mi hanno voluto bene. Ho vissuto molto perché molti credono alla vita e amano il prossimo specie quando è debole, ammalato e vecchio. Mi sono sentito amato”.

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