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POLESELLA

Quando il paese si ribellò al regime

Il saggio dello storico e sindaco di Polesella, Leonardo Raito, sui comunisti infiltrati

Quando il paese si ribellò al regime

Il sindaco di Polesella Leonardo Raito

Nel periodo della dittatura fascista, con i partiti costretti alla clandestinità, ci fu chi non esitò a mettere in gioco la propria libertà per tentare di minare il regime. I comunisti furono tra i più combattivi e irriducibili avversari dei seguaci del Duce e dal Centro estero di Parigi si tentò a più riprese di infiltrare nei sindacati e nelle organizzazioni fasciste degli agenti che fossero in grado di fare proselitismo e di diffondere il seme della sfiducia nella politica fascista. Anche in Polesine i comunisti pagarono dazio a questi coraggiosi tentativi, come racconta nel suo ultimo saggio Leonardo Raito, sindaco di Polesella, docente e storico, che con il lavoro “L’opposizione estrema al regime fascista. Il tentativo sovversivo dei comunisti in Polesine 1934-35”, edito dalla Cleup di Padova, traccia, attraverso una ricerca documentata e attenta, le storie dei tre comunisti polesellani condannati nel 1935 dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, perché riconosciuti colpevoli di sovversione e adesione al partito comunista.

Fu Arturo Ranzani, emigrato a Parigi, l’uomo incaricato, come agente ufficiale del partito, di impiantare cellule in Polesine. E Ranzani, dopo la formazione impartita dai massimi dirigenti del Centro estero, tra cui Luigi Longo, ricevette da Giuseppe Di Vittorio, futuro leader della Cgil, i compiti e le disposizioni per agire. Fu così che nel dicembre del 1934 Ranzani tornò al suo paese natale, Polesella, dove si mise all’opera contattando prima Alvise Fogagnolo e poi Giovanni Raito, e incaricandoli, come cellule, di raccogliere informazioni, ricevere e distribuire stampa clandestina, cercare nuovi contatti disposti a lavorare per il partito.

Fogagnolo e Raito si misero all’opera, contattando e trovando disponibilità a Frassinelle e in altri Polesellani, ma mentre il primo manifestò poi l’intenzione di recarsi in Africa a lavorare e di operare clandestinamente dalle colonie, il secondo organizzò anche dei collegamenti con Ferrara e attivò forme di comunicazione segreta, fabbricando inchiostri speciali. I tre Polesellani, per alcune settimane, pur mantenendo la propria libertà furono oggetto di controllo da parte delle maglie strette del regime repressivo fascista che alla fine, anche a causa di una spiata rivolta al comandante della stazione dei carabinieri del paese rivierasco, fecero scattare una retata che portò agli arresti e alla successiva condanna dei tre comunisti.

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