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ENERGIA

Il nucleare 2.0 a due passi da casa

Un progetto degli anni Settanta fissa il sito lungo l’asta del Po, anche per motivi sismici

Il nucleare 2.0 a due passi da casa

19/09/2021 - 17:20

Una centrale nucleare a 20 chilometri dal Polesine? Non sembra poi un’ipotesi così azzardata. A darne conferma un’idea venuta alla ribalta negli ultimi giorni, a cui anche il leader della Lega Matteo Salvini che avrebbe in qualche strizzato l’occhio. “Una centrale nucleare in Lombardia? Che problema c’è?”, ha affermato il segretario nella mattinata di giovedì intervenendo alla trasmissione “Radio anch’io” in onda su Radio Rai.

Il dibattito sul nucleare si è riaperto dopo le parole espresse del ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani, che ha aperto uno spiraglio sulle “tecnologie di quarta generazione”, riaprendo di fatto un dibattito che nel 1987 aveva portato gli italiani ad esprimersi in un referendum sbarrando la strada al nucleare e portando alla dismissione delle quattro centrali nucleari ospitate allora in Italia: a Trino in provincia di Vercelli, a Caorso (Piacenza), a Latina e a Sessa Aurunca in provincia di Caserta.

Ma come entra il Polesine in questa partita? Ci entra, perché, a proposito dell’eventuale costruzione di nuovi siti, è tornato in auge un vecchio documento, elaborato negli anni Settanta dall’allora ministro democristiano Carlo Donat Cattin, che individuava due aree del mantovano come possibili nuovi siti nucleari, entrambi lungo il Po. Uno a Viadana, al confine con l’Emilia Romagna; l’altro a San Benedetto Po, ad appena 20 chilometri da Melara. Si tratterebbe di un’area anti-sismica, sicuramente a bassa densità abitativa e vicina a corsi d’acqua, elemento importantissimo considerando l’enorme disponibilità necessaria per raffreddare il ciclo del vapore. L’impianto in questione, sarebbe di quelli definiti di “quarta generazione”; l’ultima frontiera tecnologica su cui sta investendo la ricerca sulle centrali a fissione, con il vantaggio di un uso migliore del combustibile nucleare e dunque, a parità di energia elettrica generata, con meno rifiuti radioattivi, da smaltire in un deposito geologico, ovvero in gallerie scavate per esempio nel granito a 4-500 metri di profondità. La scelta di San Benedetto Po, anche se al momento non risultano progetti dettagliati, sembrerebbe rispondere perfettamente alle richieste.

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