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L’ANNIVERSARIO

"Ci fecero mettere i giubbotti, ma non ci dissero perché"

Dieci anni fa una donna chiamò il 112 di Prato: “Mia mamma dalla nave chiede aiuto”

"Ci fecero mettere i giubbotti, ma non ci dissero perché"

13/01/2022 - 10:29

Probabilmente se quell’operatore del comando provinciale dei carabinieri di Prato avesse archiviato la telefonata di aiuto di una donna al 112 del comando provinciale, come “non di mia competenza”, le 32 vittime della Costa Concordia, di cui si celebra oggi il decimo anno dalla morte, sarebbero molte di più.

E’ da qui, nell’entroterra toscano, infatti, che partì il primo allarme per il naufragio dell’isola del Giglio. Allora - e qui c’è il contatto con il Polesine - il comando era guidato da Emilio Mazza, oggi colonnello dei carabinieri di Rovigo.

“Dieci anni, ahimé, sono volati rispetto a un evento che ricordo bene, come fosse successo ieri”, ricorda il colonnello Mazza. “Reggevo il comando provinciale toscano e se non fosse stato per la solerzia del nostro operatore, probabilmente staremmo raccontando altro”.

La vicenda ha riempito per anni le colonne dei giornali internazionale, con il capitano Schettino, diventato famoso suo malgrado, dopo un “inchino” all’isola del Giglio per niente opportuno, che provocò l’urto della nave con gli scogli dell’isola. Il botto, la nave che si piegò, le luci che si spensero e gli oggetti che volarono. Mentre il capitano Schettino abbandonò la nave.

Il primo allarme, partì, appunto, sorprendentemente da Prato. Il colonnello Mazza ricorda alla perfezione: “La figlia residente a Prato di una signora siciliana che era salita sulla nave a Savona la mattina del 13 gennaio 2012 chiamò disperata il 112 e rispose un operatore del mio comando. Raccontò che la sua mamma aveva sentito un botto, che gli oggetti erano volati ma soprattutto che avevano fatto indossare a tutti i giubbotti di salvataggio. Ma senza spiegare perché”.

Erano le 22,02 e il brigadiere capo Ciro Formuso, oggi 62 anni e in pensione, avrebbe potuto archiviare la telefonata come non di competenza del comando di Prato, o come uno scherzo di cattivo gusto. Ma fortunatamente così non fu. Era trascorso un quarto d’ora dall’impatto della nave da crociera sugli scogli e ancora nessuno aveva dato l’allarme alle autorità del Giglio. Solo quella di Lucia Calapai, figlia di Concetta Rovi, la passeggera siciliana. “La bravura del nostro militare è stata quella di ascoltare le indicazioni e fare qualche calcolo di rotta per capire che la nave era in zona Toscana - prosegue Mazza - Il collega ha chiamato Livorno e da lì sono scattate le ricerche e le autorità locali sono intervenute”.

Nei giorni successivi anche il colonnello Mazza dovette gestire dunque le pressioni della stampa che cercava di avere anche la registrazione del primo Sos. “Ovviamente le informazioni erano coperte da segreto istruttorio, quindi abbiamo potuto rendere pubblico questo primo allarme solo mesi e mesi dopo”. L’insegnamento che il colonnello Mazza ha ricevuto da questa esperienza della sua carriera non è diversa da quello che ogni militare dell’Arma riceve dal primo giorno in cui mette piede in caserma: “Devo riconoscere che il nostro operatore è stato bravo a non abbandonare la richiesta. Ma tutti gli interventi che quotidianamente riceviamo e che esprimono disagio e preoccupazione devono avere la nostra massima attenzione indipendentemente dall’attività di nostra competenza o meno. Il cittadino ha bisogno sempre di essere indirizzato nella direzione giusta”.

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