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TRAGEDIA DI CORBOLA

"Voleva uccidere il padre malato. Ma era un gesto d'amore"

Cade l'accusa di tentato omicidio, alla fine arriva solo una condanna a quattro mesi per lesioni

Due esperti per chiarire il giallo

Una tragedia che ha sconvolto tutta la comunità

21/04/2022 - 19:30

Si era partiti contestando l’omicidio, poi si era passati all’ipotesi di tentato omicidio e, alla fine, la condanna è arrivata unicamente per lesioni: in tutto quattro mesi, pena sospesa.

Del resto, nel corso della discussione, tanto l’accusa, rappresentata dal pubblico ministero Sabrina Duò, quanto la difesa, gestita dall’avvocato Cristina Zangerolami di Rovigo, pur ognuna nel proprio ruolo, hanno dimostrato di considerare quanto accaduto a Corbola il 5 agosto del 2020 come una tragedia familiare, frutto di un affetto enorme, quasi simbiotico, magari distorto, ma solidissimo, tra padre e figlio, quest’ultimo con problemi, pur essendo stato dichiarato capace di intendere e volere.

Il processo era a carico di Terenzio Roma, 46 anni, detto “Simone”, per distinguerlo dal padre, omonimo. I fatti si sarebbero verificati il 5 agosto 2020, nell’abitazione di famiglia di Corbola. Qui, il figlio avrebbe prima colpito il padre con un pugno al volto, quindi con le forbici lo avrebbe colpito alla gola, più volte, procurandogli però solo lesioni superficiali. Il decesso, avvenuto alcune ore dopo, come emerso già in sede di indagini, non sarebbe ascrivibile a quell’aggressione, ma a un quadro clinico già gravissimo, per altri motivi. L’aggressione contestata dall’accusa sarebbe stata interrotta dalla figlia dall’anziano, che si frappose tra i due.

Lo stesso pubblico ministero ha evidenziato come imputato e deceduto fossero legatissimi. Tanto che, in un precedente ricovero del genitore, fu impossibile separarli: il figlio rimase sempre accanto all’anziano, degente. A scatenare l’aggressività del figlio, l’incapacità di accettare la malattia terminale del padre, dimesso un’ultima volta dall’ospedale, ma solo per - per quanto possa essere tremendo dirlo - “morire a casa”. L'incapacità di rassegnarsi all'evidenza che non ci fosse più nulla da sperare, restasse solo da attendere. L’imputato avrebbe agito per abbreviare le sofferenze dell’uomo, quindi, per non vederlo più in condizioni tremende.

Da qui l’ipotesi di reato di tentato omicidio. Demolita, però, dalla difesa, che ha ottenuto una ulteriore modifica del reato: solo lesioni personali. Per una condanna che, di fatto, alla luce delle contestazioni iniziali, conta come una assoluzione. Quattro mesi, pena sospesa.

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