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IL CASO

"Meno soldi, più vita": in tanti lasciano il lavoro

Un fenomeno esploso durante la pandemia: paura della morte e tempo a disposizione per riflettere hanno indotto molti a cambiare la propria esistenza

"Meno soldi, più vita": in tanti lasciano il lavoro

Nel corso della pandemia, tanti hanno ripensato al proprio lavoro, ai propri desideri e aspirazioni

“Ci siamo fermati tutti, molti hanno cominciato a ripensare il proprio tempo e il proprio ruolo”

Abbandonare il posto di lavoro in cerca di un futuro migliore. Un fenomeno inizialmente esploso negli Stati Uniti che oggi, anche nella nostra regione, sta vedendo i numeri aumentare vorticosamente (66mila tra maggio ed aprile stando ai dati dell’Osservatorio regionale sul lavoro).

A causare questa fuga di persone è soprattutto la ricerca di un equilibrio tra le ambizioni professionali e la vita privata, mettendo da parte la questione esclusiva del salario, che sembra diventare meno prioritario durante la ricerca di una nuova professione. A dare la spinta, secondo lo psicologo Giulio Mazzucco, studio Forma-5s, una delle paure ancestrali più basiche: la paura della morte, e la conseguente perdita di controllo su cosa stava accadendo.

Dottor Mazzucco, può davvero l’emergenza sanitaria aver portato a questo cambio di visione del mondo del lavoro?

“La pandemia ha contribuito, ma quello che sta accadendo non è dovuto solo a quello, i fattori che hanno portato a questa situazione sono molteplici e il Covid ha dato la spinta ultima a delle riflessioni. Durante questo periodo pandemico la gente ha avuto una grande opportunità: il tempo di pensare. Non lo ha avuto fino a prima perché inserito in una routine che l’aveva portato a non farsi domande. Poi tutto si è fermato e si è iniziato a percepire il rischio della morte perché il virus non è come un terremoto che colpisce in un preciso punto, il virus può entrare in casa in ogni momento attraverso qualsiasi persona. La perdita della capacità di controllo e la percezione reale di morte ha portato ad una re-definizione delle priorità e a domandarsi ‘Cosa sto facendo con il mio tempo a disposizione?’ oppure ‘Quello che mi pagano compensa quello che sto facendo?’.

A cosa è dovuta questa ‘insoddisfazione’ generale?

“Siamo un paese con una natalità sempre più bassa e quello con gli stipendi più bassi in Europa. Un infermiere qui all’anno prende circa 24mila euro, in Europa mediamente oltre 40mila a parità di ore e di ruolo. Abbiamo scarsa lungimiranza su quello che è un piano industriale. Si fa fatica a capire su cosa investire. Negli anni si è spostata l’età della scuola dell’obbligo non permettendo la differenziazione di carriere differenti. Questo ha svalorizzato il valore della laurea, che oggi è quasi pari ad un diploma. Stiamo iperformando persone per posizioni lavorative che, di pari livello, in Italia non ci sono più e per averle devi andare all’estero. Le persone nella pubblica amministrazione si ritrovano con una componente dirigenziale che va a nomina politica, non a concorso, e il dipendente potrebbe ritrovarsi ad essere più formato del direttore, ma non arriverà mai al suo ruolo. In generale si studia tanto ma per vedere realizzarsi poco di quello che si desidera”.

Cosa genera quindi questo desiderio di cambiamento?

“La molla per il cambiamento lavorativo sta in che cosa la persona, alla fine della sua riflessione, pensa davvero di valere e quanto è disposto a mettersi in gioco. L’esasperazione del lavoratore, che a causa di molti fattori precedenti al Covid, si è prosciugato della propria motivazione, si è rafforzata nel momento in cui, ad esempio con l’introduzione dello smartworking, ci si è visti iper-sfruttati, con uno stipendio che non cresce e che, a causa del recente aumento di tutte le materie prime, non permette nemmeno di arrivare a fine mese. Le persone si sono domandate quindi se quella che ricoprivano poteva essere ancora la loro posizione, il ‘no’ che ne consegue è dettato nel quanto credono nelle loro potenzialità. Ci si mette in gioco cercando una vita anche solo leggermente diversa, con l’idea che forse potrebbe non essere la strada giusta, però si vuole tentare. E lo si fa anche abbandonando un posto di lavoro, dove molto spesso vi sono ottime risorse ma usate male, dove magari non è possibile dire di no o proporre qualcosa perché non si viene ascoltati, dove il lavoro è sempre maggiore a pari di meno soddisfazioni, anche personali”.

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