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“Dialetto, lingua delle emozioni”

E c’è chi lo usa anche sul lavoro: “Con le persone di una certa età aiuta a capirsi meglio”

“Dialetto, lingua delle emozioni”

Il dialetto si sente meno, soprattutto tra i più giovani, ma in Veneto continua a resistere più che altrove. Con spazi e modalità diverse rispetto al passato, resta comunque presente nella quotidianità, soprattutto nelle relazioni familiari, nei ricordi e in quel senso di appartenenza che molte persone continuano a riconoscergli.

Michela racconta che per lei è una lingua di casa: “Lo parlo ancora, soprattutto con i miei genitori e i nonni. Loro cercano di portare avanti questa tradizione, perché per loro è naturale esprimersi così. Con gli amici invece si tende a parlare italiano, viene spontaneo, però il dialetto resta e non è scomparso”. Un uso che cambia a seconda dei contesti, ma che continua a essere parte della quotidianità.

Per Chiara il dialetto è memoria e creatività: “Sono cresciuta parlandolo e continua a far parte di me. Anche se oggi scrivo in italiano canzoni, racconti e sceneggiature, mi porto dietro i modi di dire veneti, quelli che sentivo in famiglia e d’estate con i parenti”. E aggiunge: “Ci sono espressioni che in italiano non rendono la stessa intensità, la stessa emozione. Il dialetto racconta meglio certe sensazioni”. Sul tema generazionale lancia una provocazione: “A volte sembra che si stia perdendo più l’italiano che il dialetto, tra abbreviazioni, emoji e parole prese a caso”.

C’è chi lo alterna all’italiano in modo naturale. Francesco spiega: “Per lavoro parlo italiano, è necessario. Ma a casa e con gli amici parlo dialetto, viene spontaneo. E’ il modo in cui sono cresciuto”. Per lui non è una scelta, ma un’abitudine: “Fa parte dell’identità di una persona, di come ti presenti e di come ti riconosci”.

Anna, che ha origini della costiera amalfitana, lo utilizza come strumento di relazione: “Io parlo un po’ il dialetto, soprattutto per lavoro. Quando incontro persone di una certa età, cerco di usarlo per farle sentire più a casa”. E aggiunge: “Mi piace questa cosa, perché crea subito un contatto. E’ importante che le generazioni più grandi riescano a trasmetterlo, perché racconta il luogo dove sei nato”.

Cinzia esprime invece una certa preoccupazione: “Lo parlo raramente, anche con i ragazzi. E’ un peccato, perché è la nostra tradizione”. Secondo lei il passaggio generazionale pesa: “I giovani lo usano sempre meno e questo, col tempo, si sente”. Giuseppe chiude con uno sguardo al futuro: “Lo parlo a casa e mi piacerebbe che continuasse. Se si perde il dialetto, si perdono anche certi valori di una volta”. E conclude: “Tra i giovani andrebbe ripreso, perché fa parte di quello che siamo”.

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