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ADRIA

A piedi per una preghiera lunga 40 chilometri

La grande impresa del gruppo di Claudio Rossi

Sono partiti in sette ma sono arrivati in sei: a piedi da piazza Garibaldi alla basilica del Santo a Padova. Sono Cesare Andreotti, Graziano Cagnin, Renzo Fabbio, Claudia e Paola Girardello, Alessandra Ruzzon e Claudio Rossi. Paola si è dovuta arrendere, forse aveva sottovalutato l’avventura.

Ecco il racconto di Claudio Rossi, promotore dell’iniziativa del pellegrinaggio a Sant’Antonio da sette anni. “Un bel gruppo – dice - Alessandra, Claudia, Paola, Cesare, Graziano, Renzo. Si rivelerà una alchimia perfetta. Queste persone sono state perfette. Dopo i primi 300 metri incontriamo Roberto, uno dei camminatori dell’anno scorso che malinconicamente ci saluta. Non è potuto venire per impegni di lavoro. Proseguiamo per Orticelli e Ca’ Emo. I primi chilometri servono per fare un po’ di amicizia, per conoscersi e per fare un brevissimo riassunto delle nostre attuali vite personali”.

E ancora: “Nonostante le mie raccomandazioni, non si procede in fila indiana neanche pagarla oro! In due o tre appaiati; in alcuni tratti affiancati tutti a ventaglio, da galera, ma non importa. La stradina è deserta e noi abbiamo estremo bisogno di conoscerci, di fraternizzare, perché la notte avanza e la dovremo passare uno accanto all’altro avendo già maturato la sensibilità sufficiente per capire l’eventuale difficoltà dell’altro, per poterlo incoraggiare, aiutare, motivare”. Si parla di famiglia, lavoro, politica, sport, gossip.

“Stranamente – riflette Rossi - non si parla di Sant’Antonio e di quello che può fare noi. Probabilmente siamo tutti credenti. Ci saranno sicuramente momenti di intimità per ognuno durante il viaggio. Lo so perché è la settima volta che vivo questa esperienza”. La compagnia fa una prima sosta al capitello della Madonnina di Ramalto, poco prima di Ca’ Emo, alleggeriscono lo zaino mangiando un panino e un frutto. Il sole sta scendendo. L’atmosfera si fa più impegnativa. Si inizia a pensare alla notte, alla lunga strada da percorrere. Si arriva a Beverare alle 21. Il bar è ancora lì.  “Mentre facciamo un altro spuntino, arriva la prima sorpresa: Paola non ce la fa. E’ l’ultima che si è aggiunta alla comitiva all’ultimo momento, quindi senza particolare preparazione, anche se è abituata a fare sport. Allora arriva Luca in auto e riporta a casa”.

Calano i primi silenzi della notte. “Cerco di romperli con racconti e aneddoti di passate spedizioni – prosegue Rossi - ma sono certo che ai miei compagni di viaggio interessano poco. Stanno scoprendo una dimensione forse inaspettata, imprevista. Le strade cominciano ad essere deserte per lunghi tratti”. L’ultima fermata della prima parte del viaggio è a Bagnoli a mezzanotte nel solito bar. Appena li vede il gestore esclama a gran voce: “Ecco gli adriòti, vi stavamo aspettando, siete in ritardo quest’anno”.

Ripartenza: stavolta è fisicamente alquanto impegnativa. “Abbiamo già 30 km sulle gambe. Ma ci si avvia verso la parte più profonda, non solo della notte, ma anche del nostro viaggio interiore. Umidità consistente. Ci copriamo perché pur continuando a sudacchiare, è meglio evitare raffreddamenti pericolosi. I sentieri d’asfalto sono buoni, deserti, popolati di insetti neri che con le nostre lampade fuggono velocissimi. Da qui in poi diventa difficile. Le gambe e le anche cominciano a far male. Altri acciacchi strani emergono. A me fanno male i dorsi dei piedi, una novità che non riesco a spiegarmi. Allento un po’ i lacci, proseguo. Graziano è quello che, con me, soffre di più. Chiede addirittura una fermata. Cesare e Renzo non si lamentano anche se ondeggiano come pistoleri ad ogni ripartenza”.

A questo punto Rossi rileva una nota interessante: “Le donne, Alessandra e Claudia, proseguono senza un lamento, non una parola sulle proprie sensazioni fisiche, niente. Se la chiacchierano tranquille come se fossero a passeggio per il corso”. Scoccano le 2 mentre arrivano a Conselve, nessun bar aperto, allora si siedono sulle panchine di marmo per un altro spuntino. La ripartenza è durissima.

“Questa è la parte mistica del viaggio – commenta Rossi - Sembra una battuta, ma da qui in poi, per andare avanti, bisogna per forza invocare l’aiuto di entità superiori. Quando si pensa di essere all’ultimo respiro, di stare per svenire o stramazzare al suolo, succede qualcosa di nuovo, di bello, di rigenerante: inizia l’alba. E come d’incanto si continua a fare una enorme fatica ma nei pensieri si insinua un dirompente elemento motivazionale: vuoi vedere che ce la faccio? Il buio è passato, ritorna la luce. Con il ritorno della luce si rimette in moto il forte istinto di sopravvivenza che rigenera la mente ed il corpo”. Attraversano Maserà e Albignasego, ormai sono alle porte della città, la periferia è luminosa e deserta. “Nuova energia nelle gambe e nella testa. E’ come in maratona: a un certo punto si inizia a consumare se stessi”. Ecco il Bassanello, attraversano il ponte sul Bacchiglione, foto ricordo e poi giù verso Prato della Valle che già si intravvede. Sono le sei del mattino. Per strada adesso c’è gente.

“Un uomo dalla finestra ci incoraggia e si congratula. Non so che cosa c’era nell’ultima sorsata d’acqua, ma la stanchezza è sparita. Eccoci in Prato della Valle alle 6,30. Lo attraversiamo già brulicante per il mercato. Imbocchiamo via del Santo e appare la basilica. La prima messa volge al termine, la benedizione però ce la godiamo tutta. L’avventura è formalmente finita. Dico formalmente, perché continuerà dentro di noi ancora per i prossimi giorni”. Alla fine Claudio Rossi riserva un pensiero per Sant’Antonio. “Se puoi, se vuoi e se ritieni che possiamo essere degni della tua pur minima attenzione: considera questa nostra camminata come una lunga, sofferta preghiera perché tu possa aiutare il mondo e la nostra comunità a recuperare un senso, a restituire fiducia e speranza alle generazioni future e tranquillità a quelle un po’ più attempate. Insomma: fa che tutto possa andare per il meglio. Grazie”.

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