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Fusioni dei Comuni bocciate, milioni in fumo

Lo studio della Fondazione Think Tank: “Abbattere i confini per costruire un futuro migliore”

Fusioni dei Comuni bocciate, milioni in fumo

Lo studio della Fondazione Think Tank: “Abbattere i confini per costruire un futuro migliore”

Due milioni di euro l’anno, per ormai quasi dieci anni. Fare i conti è semplice: chi ha detto “no” a Civitanova Polesine, nel 2014, ha buttato via poco meno di venti milioni di euro, solo di finanziamenti statali. Al conto andrebbero aggiunti anche i fondi destinati dalla Regione Veneto alle fusioni.

Lo dice lo studio della Fondazione Think Tank Nord Est, che ha fatto i conti in tasca alle 12 fusioni di Comuni riuscite, in Veneto, nell’ultimo decennio (cinque nel Bellunese e altrettante nel vicentino, e una a testa nelle province di Treviso e Padova). Morale, i nuovi Comuni nati dalle fusioni si sono portati a casa, nel complesso, 53,9 milioni di euro di fondi statali: 11,1 milioni soltanto nel 2022, con un riparto compreso tra i 442mila euro del piccolo Comune di Val Liona (tremila abitanti) al milione e 938mila euro aggiudicato, per quest’anno, a Borgo Valbelluna, 13.441 abitanti.

Grossomodo, la dimensione che avrebbe avuto Civitanova Polesine, l’ambizioso progetto di mettere insieme Arquà Polesine, Costa di Rovigo, Villanova del Ghebbo, Pincara, Frassinelle e Villamarzana (Fratta ne uscì prima ancora di arrivare al referendum), affondato dal voto popolare nel 2014. Ma con due milioni di euro l’anno, ogni anno, quante cose si sarebbero potute fare per quei sei Comuni? Inutile chiederselo adesso, come inutile rispolverare la bocciatura, stavolta datata 2018, del matrimonio tra le Polesella e Frassinelle.

Eppure “la fusione dei piccoli Comuni è una grande opportunità - spiega Antonio Ferrarelli, presidente della Fondazione Think Tank Nord Est - perché grazie alle risorse aggiuntive versate dallo Stato e dalla Regione si possono realizzare nuovi progetti e migliorare i servizi ai cittadini e alle imprese. L’aggregazione va costruita dal basso, cercando di unire le comunità e le identità territoriali per raggiungere obiettivi importanti: il primo scopo della fusione deve essere quello di migliorare la vita dei cittadini, fornendo servizi di qualità, ma anche contribuendo a creare opportunità di vita e di lavoro”.

L’appello della Fondazione è conseguente: “Invitiamo i sindaci dei piccoli Comuni a diventare i promotori di un assetto amministrativo del territorio meno frammentato, abbattendo i confini tra municipi e guidando le proprie comunità a superare le paure legate alla perdita del ‘campanile’: mettersi insieme - conclude Ferrarelli - significa creare le premesse per poter affrontare le complesse sfide di oggi e costruire un futuro migliore”.

Lo studio prende le mosse dalla notizia che, pochi giorni fa, il ministero dell’Interno ha disposto il pagamento della nuova tranche di contributi statali dedicati alle fusioni di Comuni. In Veneto arriveranno più di 11 milioni di euro, per un totale di quasi 54 milioni di euro dal 2014 ad oggi. Solo 12 le aggregazioni cui sono destinati questi incentivi. Eppure, in Veneto, oltre la metà dei municipi ha meno di 5mila abitanti e quindi sono molte le realtà di piccole dimensioni che potrebbero valutare la fusione con i Comuni confinanti. In Polesine, addirittura, parliamo di 41 piccoli Comuni su 50. E nei piccoli municipi anche la rappresentanza politica è sempre più difficile: basti pensare che alle elezioni amministrative in programma ieri, in ben 17 Comuni veneti (su un totale di 86 al voto per l’elezione del sindaco) si è presentato un solo candidato.

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