Cerca

L’intervista

“La vera sfida è l’inclusione”

Si tratta di favorire l’incontro fra le aziende e i ragazzi diversamente abili: “Ma va fatto bene”

“La vera sfida è l’inclusione”

Massimo Zighami, dirigente di Aurora Service Team, a questo progetto, progetto che sta seguendo come azienda ma anche personalmente, ci tiene in maniera particolare per il valore sociale che riesce a trasmettere. Parliamo del “Progetto inclusione”.

Zighami, ma cos’è questo Progetto inclusione?

“E’ un’idea che è anche un’esigenza. Si parte dalla legge 68 del 1999 che impegna le aziende ad inserire al proprio interno le persone diversamente abili per inserirle in maniera attiva nella società. Per me poi è anche un impegno personale...”.

Ci può spiegare il perché?

“Certamente. Io sono papà di due ragazze, Melissa e Aurora. Aurora è affetta dalla sindrome di Down e ci siamo sempre preoccupati io e mia moglie di pensare a quale futuro l’aspetta. E questa preoccupazione è di tutte le famiglie. E anche chi non è coinvolto dovrebbe avere una sensibilità totale. Il mondo dell’associazionismo sta facendo tantissimo e il nostro impegno vuole andare a supporto della loro importante esperienza. Parlandone con alcuni amici imprenditori ci siamo chiesti: cosa possiamo fare? E si è iniziato a lavorare al ‘Progetto inclusione’ perché il tessuto sociale deve partecipare in maniera attiva ai processi di inclusione”.

In cosa consiste questo progetto?

“In pratica ci proponiamo di fare da tramite fra le famiglie e le imprese. Si tratta di valutare con un team di esperti le capacità e i talenti dei ragazzi per poi convogliarli verso un indirizzo produttivo in cui possano esprimere le proprie potenzialità”.

Pur essendoci una legge che prevede l’impiego nelle aziende, su 100 persone con disabilità fra 15 e 64 anni solo il 35,8% è inserito nel mondo del lavoro. Come è possibile?

“Se consideriamo che per la disabilità intellettuale questo dato scelte ancora. E non possiamo sempre aspettare le istituzioni... Anche il tessuto sociale deve fare la propria parte. Le imprese hanno l’obbligo per legge, certo, ma parlando con gli imprenditori c’è anche il desiderio di impegnarsi. Si parla di capitalismo etico in modo da restituire in qualche modo alla società parte di quello che hanno avuto. Proteggere e tutelare i più deboli è una strada. Ma deve essere un percorso veicolato e controllato perché l’inserimento nel mondo del lavoro deve essere mirato. Il progetto di inclusione non è un progetto a scopo di lucro; è un impegno che mettiamo in campo per tutelare le persone più e renderle il più possibile uguali agli altri colleghi di lavoro”.

Come pensate di organizzare concretamente questo lavoro tanto importante ma al tempo stesso così complesso?

“Stiamo coinvolgendo Confindustria chiedendo una collaborazione attiva per l’inserimento dei nostri ragazzi all’interno delle imprese. E tante industrie mi hanno chiesto di venire coinvolte, proprio come hanno fatto anche numerose amministrazioni pubbliche. Il progetto prevede innanzitutto una tutela assoluta della privacy delle persone, prevede colloqui conoscitivi con i genitori e con i ragazzi in presenza di professionisti e psicologo. Una volta che si è identificato quale possibilità dare a queste persone, quando si è capita la vocazione di questi ragazzi si può partire con degli stage. Stage che devono essere regolarmente retribuiti, perché non possiamo certamente permetterci di fare differenze retributive. Ci mancherebbe... Una volta che questi ragazzi si trovassero a loro agio si può procedere con l’inserimento all’interno delle aziende che in questo modo assolverebbero anche agli obblighi di legge”.

E’ vero che le prime persone da convincere sono i genitori?

“Certo. Io papà di Aurora se devo mettere mia figlia a lavorare in un’azienda devo essere sicuro che vada a stare bene, perché i suoi bisogni e le sue necessità devono essere rispettati. Nel mondo imprenditoriale però si va sempre più verso un’organizzazione del lavoro che deve passare attraverso il benessere delle persone. In generale se non c’è benessere non c’è produttività. E questo vale a maggior ragione quando si parla di ragazzi con problemi. I ragazzi diversamente abili sono una risorsa se inseriti nel lavoro attraverso un percorso serio e realistico. Io ho un sogno ci sono realtà come quella dell’inserimento lavorativo dei ragazzi diversamente abili che si possono raggiungere se tutti remiamo nella stessa direzione. Questo territorio potrà diventare la sede di un progetto pilota che ci darà grande soddisfazione”.

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400