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ROVIGO

Via i Frati, nasce la nuova mensa

Sarà al seminario diocesano, gestita da Caritas e volontari

“Non mensa, ma locanda per tutti”

Da domani scatta la nuova era della mensa di poveri. Non più gestita dai Frati Cappuccini, il convento infatti ha già deciso la chiusura, ma da parte del volontariato. E’ un impegno importante che la diocesi di Adria-Rovigo ha deciso di prendere, per affrontare il tema della fragilità in una dimensione comunitaria. La diocesi insieme a Caritas ha scelto di collocare questo servizio all’interno degli spazi del seminario diocesano, per viverlo in una prospettiva di accoglienza, aperta e familiare, ovvero di casa. Operatori e volontari si preparano ad accogliere tutte le persone che potranno avere bisogno di un momento di ristoro, di un luogo di incontro e condivisione.

Oggi sarà l’ultimo giorno della mensa dei poveri gestita dai frati cappuccini che lasceranno definitivamente il capoluogo polesano. Dal giorno seguente partirà una nuova esperienza all’interno del seminario diocesano, un piccolo passo prima di una rivoluzione più concreta. A raccontare questo percorso il direttore della Caritas diocesana Davide Girotto.

Direttore, quando nasce l’idea di gestire la mensa per i poveri?

“Quando i frati hanno comunicato che avrebbero lasciato il capoluogo e di conseguenza non avrebbero più gestito la mensa. Da quel momento abbiamo subito parlato con il vescovo Pavanello della volontà di spendersi come Caritas e diocesi in un servizio importante verso la nostra società e per il nostro territorio”.

I primi passi non devono essere stati semplici.

“Dopo aver preso con entusiasmo l’idea, ci siamo messi subito a lavoro. Capire quelli che potevano essere i punti forti di questa soluzione ma anche quelli deboli. Siamo partiti da diverse domande che solo nel tempo hanno trovato una risposta: dove farla? Come farla e soprattutto come organizzarla? Basti pensare che la decisione del luogo è stata valutata in maniera molto attenta. Abbiamo capito che dovevamo spostarla dal posto adibito dai frati, e questo significava spendersi bene per capire il nostro territorio. Abbiamo investito tempo sulla formazione, e questa ci è venuta in aiuto per costruire il progetto. Così a dicembre abbiamo portato il nostro lavoro al vescovo chiedendogli di valutare come pastore quale migliore strada fosse percorribile”.

Quando c’è stata la svolta?

“Il vescovo una volta tornato da un pellegrinaggio in Terra Santa ci ha fatto sapere che aveva studiato perfettamente il nostro progetto. Probabilmente proprio quel viaggio lo aveva fatto meditare e riconoscere quella che sarebbe stata la scelta migliore. Con grande sorpresa e stupore ci ha proposto di costruire questa mensa all’interno del progetto e della struttura denominata “Casa della diocesi”. Una casa che non si chiude ma si apre a tutti, soprattutto a partire dai più fragili. È da qui che parte l’idea di una Caritas più sbilanciata verso il territorio”.

Ha parlato di formazione che è stata decisiva, in che termini?

“Abbiamo svolto un master in collaborazione con l’università Cattolica di Milano. Da questo approfondimento abbiamo capito che stavano proponendo un modo di lavorare con i più fragili che faceva parte della nostra idea iniziale. Non una mensa dei poveri, ma una locanda per tutti. Un approccio che si basa sulle relazioni e non sui bisogni. Al centro non c’è più il bisogno della persona ma la persona stessa.

Perché “locanda” e non “mensa”?

“Mensa è un termine che si colloca ormai in un pensiero di povertà, noi vorremmo che quello che stiamo costruendo diventi un luogo per tutti, non ghettizzante ma aperto a chi vive la ‘casa della diocesi’ e a tutto il territorio. Concretamente se si sta bene nel contesto che si vive è più facile creare delle relazioni e salvaguardare il luogo stesso. Ci piace specificare che sarà la ‘locanda della casa’ e non della Caritas”.

Qualcuno potrebbe nutrire dei dubbi su questo progetto, cittadini in primis. Che risposta dà Caritas?

“Siamo consapevoli che alcune persone potrebbero creare dei disagi. Ma abbiamo anche considerato che non può esserci solo una soluzione di mantenimento della sicurezza pubblica. Questo modo di procedere rischia di esasperare la diversità. Il nostro obiettivo è quello di far sentire la locanda un luogo accogliente per tutti. Se ci riusciremo quella persona farà di tutto perché quel luogo non venga deturpato”.

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Commenti all'articolo

  • frank1

    27 Agosto 2023 - 08:37

    a volte a pensar male ci si azzecca..diceva un detto...non è che per caso..per fatalita'..i locali vengano adibiti ad appartamenti per i clan...ehm..non si puo' dire..diciamo per i rifugiati esteri??? a pagamento..s'intende...staremo a vedere..certo che al copulone qualcuno dice:il denato è lo strko del diavolo....ma non per loro!!

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