VOCE
BABY GANG E RAZZISMO
26.10.2023 - 20:00
“Giovani e violenza, il problema c’è, e chi finge di non vederlo è complice”, Paolo Crepet, psichiatra, sociologo, saggista e opinionista italiano commenta con queste parole i terribili fatti avvenuti in Polesine nell’ultimo periodo: dai giovani bassopolesani che hanno fatto esplodere delle bombe nell’androne di una palazzina di Cavanella dove vivono numerose famiglie con bambini la cui unica colpa, secondo la ricostruzione degli investigatori, sarebbe quella di essere stranieri, allo sventato scontro tra baby gang di giovanissimi convinti fosse una buona idea sfidarsi a colpi di accetta al Luna Park. Lo scontro, sarebbe partito da una discussione sui social riguardante la guerra scoppiata nella Striscia di Gaza.
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Lei cosa ne pensa di questi episodi di violenza? Possono essere collegati alle guerre in corso?
“No, escludiamo la guerra da questa riflessione, non drammatizziamo un quadro già drammatico di suo. La guerra sui social è una scusa. Sono fatti apposta per alimentare qualunque discussione. Qui il problema è quello di una continua escalation di violenza tra i giovani”.
Allora partiamo da qui: i giovani sono sempre più violenti?
“Baby gang e violenza sono tematiche reali, ed è evidente che sono in aumento. Non so chi possa o voglia più sottovalutare questo problema. Non riguarda una zona, in questo caso non riguarda solo il Polesine, ma è diffuso su tutto il territorio. E’ un fenomeno che colpisce entrambi i sessi, anche le ragazzine partecipano alla violenza e purtroppo l’età si abbassa sempre di più, parliamo di giovani notevolmente sotto la maggiore età. E se qualcuno cerca di giustificare o trovare un riparo per quello che accade non fa altro che peggiorare la situazione. E ricordiamo che non è più come la metà del secolo scorso: questi fenomeni sono legati al benessere e non al malessere della miseria. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di ragazzini che vivono bene. E’ più un disagio legato all’agio”.
Quindi, è un problema culturale?
“Non ci si può nascondere, questi ragazzini sono figli della cultura “trap” che inneggia tutto questo, nessuno può dirmi il contrario. Basta trasferirsi a Milano e il rapporto diventa eclatante. E allora cosa facciamo? Qui le cose si com-plicano perché c’è una complicità culturale e di mercato, anche quello dell’alcol e della droga. E allora non c’entrano più solo i ragazzini. Siamo complici anche noi se diciamo che non è così. Viviamo in una società dove i bar tengono aperti fino alle 3 del mattino e vendono libagioni di super alcolici a chiunque. E quindi? Da un lato siamo inorriditi, ma dall’altro c’è sempre chi magari sarà pure inorridito, ma intanto ci guadagna, e anche molto”.
Come usciamo da questa situazione?
“Ne usciamo dandoci delle regole. La prima è chiaramente riguardare gli orari di chiusura dei locali che è legato in maniera matematica alla violenza. E’ evidente la differenza tra un bar che chiude alle 21 e uno che chiude alle 3. La seconda è guardare al mercato degli alcolici. La droga non lo dico neanche, è ovvio che va repressa, ma c’è soprattutto l’alcol. Ci sono ragazzini che bevono 30/40 shot in una sera. L’unica cosa che proprio non sopporto sono quelli che si meravigliano. Non so dove hanno vissuto fino ad adesso, su Marte? È un fenomeno che si è creato e rafforzato negli anni. E smettiamola di dire che sono bande di nordafricani. I ragazzini italiani fanno le stesse identiche cose”.
I ragazzi che hanno lanciato bombe a Cavanella, in effetti, sono italiani…
“Ecco, appunto. E se uno pensa di fare pulizia etnica in questo modo non ha capito nulla. Se premessi un bottone e facessi andare via tutti quelli che non hanno i nonni veneti dal veneto chiuderebbero magazzini, capannoni, imprese, bar, ristoranti. Non avremo più lavoratori. Io, avrei portato dei fiori, non bombe, in quel cortile…”
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