VOCE
L’INTERVISTA
21.02.2024 - 18:05
Intelligenza artificiale e diritto. Nel format radiofonico “Caffé Dec” si è parlato di futuro e innovazione e di regole ancora a venire, con il professor Nicola Brutti, docente di diritto privato comparato all’Università di Padova, intervistato su Delta Radio.
“Per intelligenza artificiale possiamo intendere sistemi informatici in grado di simulare il pensiero umano ed effettuare operazioni con una capacità di calcolo enormemente superiore a quella dell’uomo - premette Brutti - L’avvento di questi strumenti rappresenta una svolta tecnologica epocale e come tutte le grandi innovazioni - pensiamo nel secolo scorso all’automobile - porta con sé molti benefici per il genere umano, ma anche inevitabili rischi ed effetti collaterali”.
Brutti analizza varie tipologie di AI (acronimo di Artificial Intelligence) a seconda del grado di autonomia rivestito rispetto all’azione umana: “Un braccio robotico comandato a distanza per eseguire un’operazione chirurgica è abbastanza diverso da un algoritmo capace di interagire con il medico rispondendo alle sue domande. Un’automobile senza il guidatore (driverless car) deve essere capace di prendere decisioni, anche in situazioni di pericolo inaspettate, in piena autonomia”.
Più la macchina agisce senza un diretto controllo umano, più sembra aumentare il potenziale rischio e risulta più difficile stabilire una regola di responsabilità.
“Di recente, ha fatto discutere il caso di chat Gpt, di cui si è occupato il Garante della privacy, perché si è potuto toccare con mano quante incognite possa suscitare un rapporto diretto tra uomo e algoritmi capaci di apprendere dalla propria esperienza. Le preoccupazioni sono molteplici dalla tutela dei dati personali dagli occhi indiscreti del robot, fino alla manipolazione psicologica dei soggetti più vulnerabili”.
Ci sono questioni giuridiche ovviamente legate all’intelligenza artificiale: “Un tema che ormai riguarda l’intelligenza artificiale generativa è quello della scarsa trasparenza degli algoritmi. Infatti, è molto difficile regolare e sanzionare comportamenti che non sono visibili, qualcosa che non si può controllare. Non è facile spesso spiegare come funziona l’intelligenza artificiale, non solo perché tecnologicamente complessa, ma anche perché i relativi algoritmi che ne permettono il funzionamento godono in parte di protezione brevettuale”. In taluni casi, si arriva al paradosso: “La necessità di un algoritmo altrettanto potente che disinneschi i pericoli insiti in quello che si vuole controllare. E allora anche la protezione giuridica si giocherebbe tutta sul terreno tecnologico. Ma la prospettiva è abbastanza inquietante e solleva dilemmi etici”.
Un altro caso recente è la causa promossa dal New York Times contro open AI per violazione del copyright. “Quest’ultima aveva utilizzato l’intelligenza artificiale per elaborare un’enorme quantità di articoli del famoso quotidiano per poi poterne ricalcare stile e caratteristiche editoriali. Insomma, fare concorrenza con costi più bassi, sfruttando le stesse capacità dell’avversario. La questione sembra tutt’altro che facile da risolvere in base alla legislazione esistente, perché potrebbe mancare il plagio sui testi pubblicati, essendovi soltanto l’imitazione di un modo di fare giornalismo”, racconta il docente.
Conclude il docente: “Qui è importante anche eticamente interrogarsi sui pericoli di un’utilizzazione indiscriminata dell’intelligenza artificiale. Che sia alleata dell’uomo e della natura e non diventi una minaccia, perché orientata solo al profitto e al consumo crescente di energia, dipende, almeno per il momento, da noi”, conclude il docente.
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