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A 40 anni dalla morte

Bisaglia, papà della politica rodigina

Liviero: “Non ebbe un vero successore”. Marangon: “Avrebbe dato un nuovo impulso allo sviluppo del Polesine”

Bisaglia, papà della politica rodigina

Quarant’anni fa moriva Antonio Bisaglia. Il potente, e influente, politico democristiano polesano ha perso la vita a soli 55 anni cadendo da un panfilo al largo di Portofino. Lunedì 24 giugno pomeriggio, alla Rotonda, una messa in suo suffragio lo ricorderà e riunirà tanti politici ed ex politici che lo conobbero e collaborarono con lui negli anni ’70 e ’80. Fra loro Lorenzo Liviero che proprio negli anni ’70 era segretario provinciale dei giovani Dc (poi divenne sindaco di Rovigo e leader politico centrista). “Lo conobbi proprio da segretario del Movimento giovanile - ricorda Liviero - lui veniva spesso ai nostri incontri perché amava parlare con i giovani. e infatti negli anni chiamò molti giovani a collaborare nella sua segreteria. Anche perché questo era il suo metodo di selezionare e formare la classe politica e classe dirigente. Quello che forse è mandato dopo la sua scomparsa. Certo sono diventati grandi i giovani di allora, ma poi? Le generazioni dopo?”.

Liviero ricorda che “per Bisaglia l’attaccamento al suo territorio era irrinunciabile. Partecipava spesso anche alle riunioni de vari organismi comunali e provinciali della Democrazia Cristiana. Anche da ministro ha sempre continuato a seguire l’attività e la vita politica della Dc in Polesine anche perché quello era il suo collegio elettorale”. Liviero aggiunge pure che “molte delle infrastrutture nate negli anni successivi derivano da sue idee e intuizioni del suo periodo. Tutti ricordano la famosa Pi-Ru-Bi, che poi non si realizzò, ma in quegli anni partì la progettazione della Transpolesana, lo sviluppo dell’idrovia del Canalbianco, e molte altre infrastrutture. E non dimentichiamo la centrale Enel di Porto Tolle, anche grazie a lui si fece quell’investimento che portò occupazione e soprattutto la continua necessità della sicurezza idrogeologica. E poi l’arrivo di altri grandi poli occupazionali e produttivi, come la Grimeca a Ceregnano. la classe politica alla quale apparteneva Bisaglia aveva una grande visione del territori. Ai vertici delle istituzioni locali c’erano politici e amministratori di spessore, selezionati e formati”.

E dopo Bisaglia? “Purtroppo la sua morte giunse improvvisa, lui non aveva ancora pensato a chi potesse succedergli nel suo ruolo di leader politico. A livello veneto ci provò Bernini, ma pochi anni dopo (anni ’90) ci fu il ciclone tangentopoli, la fine della Prima repubblica e la fine della Dc”. Quelli erano gli anni della grande corrente dorotea, “a Rovigo eravamo tutti dorotei, tutti con Bisaglia. Solo Bonalberti di Forze Nuove raccoglieva attorno a sé una minoranza del partito. Questo per dire quanto Bisaglia, in Polesine, incarnasse in sé la Dc. Sia negli anni da ministro, sia in quelli si capogruppo dei senatori”. Liviero ricorda anche il giorno della sua morte (il 24 giugno 1984): “Stavo tornando dal mare in auto. Ricordo che la notizia la diede il giornale radio. Fu un vero choc per tutti noi”.

Davvero per tutti. “A volte mi fermo, e penso che se quel giorno Bisaglia non fosse morto il nostro Polesine avrebbe conosciuto una nuova ondata di sviluppo”. A dirlo è Renzo Marangon, già sindaco di Rovigo e assessore regionale, ma in quel 1984 giovane e rampante democristiano, da appena un anno segretario personale di Bisaglia, ruolo in cui aveva ricevuto il testimone dall’influentissimo Amedeo Zampieri, eletto deputato proprio nel 1983. “Due o tre settimane prima di morire - ricorda infatti Marangon - Bisaglia aveva riunito ad Albarella il gotha dell’impresa pubblica italiana, chiedendo espressamente di investire nel nostro territorio. La sua tragica fine fermò il progetto, che avrebbe rappresentato una svolta per la nostra piccola provincia”.

Una “riedizione” - secondo Marangon - di quanto già fatto da Bisaglia prima “inventando” il Consvipo e poi chiedendo ad Enel, da sottosegretario alla presidenza del Consiglio, di realizzare la centrale nel cuore del Delta, “che negli anni Sessanta presentava tassi di povertà paragonabili soltanto a quelli di certe zone della Calabria”. “Averlo perso è stata un’enorme sfortuna per il Polesine”, dice ancora Marangon che poi racconta il proprio rapporto personale con l’ex ministro: “Nel 1983 avevo 28 anni, ero consigliere comunale e capo dei giovani Dc in Veneto. E proprio dalla Dc regionale, qualche giorno dopo le Politiche, Camillo Cimenti, allora assessore, mi avvisò: ti chiamerà Bisaglia, vuole parlarti. Al telefono il senatore mi chiese di sostituire Zampieri, il suo storico ed efficientissimo capo della segreteria appena eletto alla Camera. Zampieri era la vera arma segreta di Bisaglia, l’uomo che teneva i rapporti con il territorio: all’epoca si diceva che si scriveva Bisaglia ma si leggeva Zampieri. Quella notte non dormii: il giorno dopo ero in aeroporto a Venezia con Bisaglia, pronto a partire per Roma, anche se ancora dubbioso. Lì incontrammo per caso il presidente della Regione Carlo Bernini. Mi disse scherzando: se non lo fai, e non lo fai bene, sei un mona. Risposi: farò di tutto per non esserlo”.

Un anno dopo, domenica 23 giugno 1984, sette giorni dopo le elezioni Europee: “Ero a casa che calcolavo le percentuali di preferenza dei nostri candidati, che avrei dovuto consegnare a Bisaglia per analizzarne l’incidenza territoriale - ricorda Marangon - suonò il telefono: erano i carabinieri. Mi dissero cos’era successo: ebbi le vertigini, il mondo si fermò. Telefonai alla prefettura per sapere se fosse vero ma non sapevano ancora nulla. Andai allora al Gazzettino in cerca di conferme: ricordo che l’allora capo della redazione rodigina, Roberto Rizzo, nell’apprendere da me la notizia ne rimase sconvolto”. Come successe, da lì a qualche ora, a tutti i polesani.

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