VOCE
La tragedia Coimpo
24.09.2024 - 22:00
Cala il sipario sul decimo anniversario della tragedia nel sito produttivo della Coimpo-Agribiofert in via America a Ca’ Emo dove persero la vita quattro lavoratori: Nicolò Bellato, allora aveva 28 anni, Marco Berti 47, Giuseppe Baldan 47 e Paolo Valesella 53.
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Alle diverse cerimonie sono intervenute le più alte cariche istituzionali locali e provinciali, rappresentanti della Regione, forze dell’Ordine, corpi dello Stato, associazioni.
Senza dimenticare i familiari con quel carico di dolore che portano da un decennio: genitori sul punto di godere per un figlio pronto a farsi una famiglia; un bambino che ora è più grande della madre; due giovani privati della guida del padre nella delicatissima fase dell’adolescenza; due mogli strappate dal loro amore e che hanno dovuto trasfigurare il loro dolore in gioia e speranza di vita per i figli; due fratelli diventati in parte orfani di se stessi. E tutto questo continua a ripetersi, in tre famiglie italiane, restando nella fredda logica statistica della media, perché mediamente ogni giorno tre lavoratori non tornano a casa.
Il figlio di Berti. Particolarmente toccanti, allora, le parole di un figlio e di un papà pronunciate nella chiesa di Ca’ Emo al termine della messa di suffragio. “Caro papà – ha esordito Luca Berti, oggi 15enne - non sembra vero, sono passati 10 anni. Ed è successo veramente di tutto: ho iniziato e finito le elementari, le medie, ora sono in seconda superiore. Sono cambiato molto, anch’io. Te le ricordi quello scricciolino biondo alto poco più del tavolino che abbiamo in sala? Beh, ora è più alto della mamma ed ha anche la barba, un pizzetto simile al tuo. Tanto non serve che ti dica tutte queste cose, perché so che da lassù, vedi e sai già tutto”.
E ancora: “10 anni per molte persone passano velocemente, come se niente fosse: per me e la mamma non è stato così. Non c’è giorno che non ti pensi, che non immagini che cosa tu avresti fatto al posto mio, in determinate situazioni, chiedendomi se saresti stato orgoglioso. Ho sempre cercato di ascoltare gli insegnamenti della mamma, cercando di essere disponibile, verso gli altri, come lo sei sempre stato tu”. Prosegue Luca: “Eri un omone grande e grosso, che metteva timore in chi non ti conosceva. Ma chi ti conosceva bene, conosceva il tuo lato dolce, amorevole e gentile”. Ed ecco un segno profetico: “Esordirò nella squadra di calcio con la maglietta numero 22 e proprio il 22 settembre: non sono coincidenze, ma sei tu che mi fai capire che ci sei sempre”.
Il padre di Nicolò. Da un ragazzo cresciuto senza il papà a un padre che ha accompagnato il figlio alla maturazione, poi tutto è crollato. “Il tempo passa – ricorda Carlo Bellato - ma il ricordo di quel giorno terribile, dopo 10 anni, è vivo più che mai e indelebile. Il ricordo è scritto dentro di noi, è qualcosa a cui siamo legati, purtroppo, non possiamo farci nulla”.
Osserva Bellato: “Ricordare, certo, ricordare è quello che stiamo facendo, in chiesa, con la fede che ci ha sorretto e che continua a sorreggerci insieme a voi, perché altrimenti senza fede, come potremo pensare di rivedere i nostri cari? Dobbiamo credere nelle parole del Signore scritte nel Vangelo ‘Beati coloro che credono perché di essi è il Regno dei cieli’. Questa è la nostra speranza”.
A questo punto Bellato ammonisce che “si continua a morire sul lavoro: da gennaio a oggi le vittime sono oltre 500. E’ una strage infinita a cui noi non sappiamo dare una risposta. Siamo vicini a loro e ai loro familiari, con la speranza che il domani sia diverso, in cui tutti i lavoratori possano tornare alle loro famiglie, sempre. Morire sul lavoro è uno scandalo e una sconfitta per tutti noi. Soprattutto quando dietro agli incidenti si scopre la mancanza o la non corretta applicazione di norme e procedure. La sicurezza deve essere garantita sempre partendo dalle istituzioni che con le aziende, i sindacati e i lavoratori possano trovare insieme quella soluzione che fino a oggi rimangono una speranza”.
E conclude: “Nicolò, Marco, Paolo e Giuseppe ci guidano e proteggono da lassù: con il loro coraggio e la loro bontà hanno voluto lasciare un segno che davanti a Dio nessuno può scalfire il segno di grande amore verso il prossimo. Sarete per sempre i nostri martiri ed eroi”.
Nella ricorrenza del decennale, la comunità di Liettoli, paese di Giuseppe Baldan, dove era conosciuto con il nome di Dino, gli ha intitolato un parco giochi e area verde. Ed è stato veramente commovente vedere un’intera comunità stringersi a Monica Mozzato, la vedova, ai figli Beatrice oggi 27enne e Cristian di 22 anni: ragazzi, giovani e adulti con gli occhi umidi mentre veniva scoperta quella targa.
Il grido di due sacerdoti. Il senso di questo decennale, tuttavia, è nelle parole di due sacerdoti, di due diocesi diverse, non si conoscono ma hanno pronunciato le stesse parole di dolore e rabbia: don Lucio Pollini parroco di Ca’ Emo e don Renato Galiazzo parroco di Liettoli. “A distanza di 10 anni – hanno tuonato in chiesa – il loro sacrificio è stato vano se ancora oggi si muore sul lavoro. Allora liberiamo l’uomo dalla schiavitù del denaro e ridiamo dignità assoluta alla persona per prendere conoscenza e coscienza che la vita è un dono di Dio”.
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