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In polesine sono 462 le imprese a rischio usura

In anno gli imprenditori in difficoltà sono aumentati del 5%. In un anno il credito è diminuito del 9%

In polesine sono 462 le imprese a rischio usura

Cresce il pericolo usura per il sistema delle imprese in Veneto e in Polesine

Cresce il rischio usura per le imprese polesane e per quelle venete. Sono quasi 8.200 le imprese venete che si trovano a rischio usura. Dopo anni in cui erano in calo, rispetto a un anno fa il numero complessivo di queste realtà è cresciuto di 314 unità (+4 per cento). Si tratta prevalentemente di artigiani, esercenti, commercianti o piccoli imprenditori che sono “scivolati” nell’area dell’insolvenza e, conseguentemente, sono stati segnalati dagli intermediari finanziari alla Centrale dei rischi della Banca d’Italia. Di fatto, questa “schedatura” preclude a queste attività di accedere a un nuovo prestito. A denunciarlo è l’Ufficio studi Cgia.

Le aziende polesane definite a rischio usura son 462, 22 in più rispetto al 2023 (più 5%). Da considerare che per le imprese polesane il credito erogato, nel 2024 (fino a giugno) è stato di 570 miliardi di euro, 425 in meno di 12 anni fa (meno 42,7%), e 57 miliardi in meno rispetto al 2023 (meno 9,1%). Numeri che pongono la provincia di Rovigo al 29esimo posto nazionale per variazione percentuale.

A livello provinciale, in Veneto le situazioni più critiche sono a Vicenza con 1.639 attività segnalate alla Centrale dei rischi, Padova con 1.661, Verona con 1.593 e Treviso con 1.417. Rispetto all’ultimo anno, invece, l’incremento percentuale più importante ha interessato Venezia con il +9,6 per cento. Seguono Treviso con il +5,4, Rovigo e Belluno entrambe con il +5 per cento.

Se il Mezzogiorno è l’area geografica d’Italia più a rischio usura, i proventi di queste attività illegali vengono sempre più reinvestiti al Nord. Negli ultimi tempi, infatti, le indagini effettuate dalla Direzione investigativa antimafia dimostrano come il denaro contante proveniente dalle attività criminali primarie, come l’usura, venga reimpiegato con sempre maggiore frequenza in determinate aree dell’Italia, soprattutto settentrionale (Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Toscana).

Chi finisce nella black list della Centrale dei rischi difficilmente può beneficiare di alcun aiuto economico dal sistema bancario, rischiando, molto più degli altri, di chiudere o, peggio ancora, di scivolare tra le braccia degli usurai. Per evitare che questa criticità si diffonda, la Cgia continua a chiedere con forza il potenziamento delle risorse a disposizione del “Fondo di prevenzione dell’usura”. Strumento, quest’ultimo, in grado di costituire l’unico valido aiuto a chi si trova in questa situazione di vulnerabilità. E’ bene ricordare che gli imprenditori che vengono segnalati alla Centrale rischi della Banca d’Italia non sempre lo devono a una cattiva gestione finanziaria della propria azienda. Nella maggioranza dei casi, infatti, questa situazione si verifica a seguito dell’impossibilità da parte di molti piccoli imprenditori di riscuotere con regolarità i pagamenti dei propri committenti o per essere “caduti” in un fallimento che ha coinvolto proprio questi ultimi.

Ad eccezione degli anni caratterizzati dalla crisi pandemica, dal 2011 ad oggi sono crollati i prestiti bancari anche alle imprese venete. A fronte di poco meno di 100 miliardi di euro di impieghi vivi (al netto delle sofferenze) erogati verso la fine del 2011, siamo scesi a poco meno di 65 miliardi del giugno 2024. In 12 anni, rispetto al picco massimo erogato nel 2011, le imprese venete hanno subito una contrazione dei prestiti bancari di circa 35 miliardi, pari al -53,8 per cento. Se, poi, analizziamo il trend degli impieghi vivi riferiti alle piccole imprese con meno di 20 addetti, scorgiamo che sempre rispetto al 2021 in Veneto la caduta è stata del 47,9 per cento, 10 punti in più della media nazionale, con punte del -54,6 per cento a Vicenza e del -52,8 a Padova. Anche nell’ultimo anno (30 giugno 2024 su stesso giorno del 2023) la riduzione dei prestiti alle piccole imprese venete è stata superiore rispetto alla media nazionale. Se da noi il calo è stato del 10,5 per cento, la media nazionale è scesa del 9,2 per cento. A livello provinciale spiccano le contrazioni di Padova (-11,9 per cento), Vicenza (-11,3 per cento) e Venezia (-11,1 per cento). Gli effetti della crisi del debito sovrano (2012-2013), la “scomparsa” di Antonveneta, di Veneto Banca e della Popolare di Vicenza, le restrizioni normative imposte dalla Bce alle banche per limitare la proliferazione degli Npl e, in parte, anche il calo della domanda di credito, sono le cause di questa caduta verticale. Pertanto, non è da escludere, anzi, che la conseguente chiusura dei rubinetti del credito praticata dal sistema bancario abbia contribuito a “spingere” involontariamente molti lavoratori autonomi e altrettanti piccoli imprenditori veneti a corto di liquidità verso le organizzazioni malavitose che, mai come nei momenti difficili, hanno la necessità di reinvestire nell’economia lecita i denari provenienti dalle attività criminali.

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