VOCE
Lo studio
06.04.2025 - 09:15
L’analisi della Cgia di Mestre: “Gli autonomi più esposti in percentuale rispetto ai dipendenti”
Il “popolo delle partite Iva”? E’ composto da persone che hanno un rischio più alto di finire in povertà rispetto ai dipendenti. Un paradosso? Non troppo. A dirlo è la Cgia di Mestre con uno studio nel quale valuta le variazioni del reddito familiare netto a prezzi costanti (depurato quindi dagli effetti dell’inflazione) per le principali tipologie di reddito.
I dati puntuali sul numero delle partite Iva non è disponibile, anche perché fra artigiani e “false partite Iva”, dai piccoli imprenditori ai precari, passando per i liberi professionisti dei settori emergenti, c’è ormai una galassia variegata e difficilmente incasellabile che sfugge ad analisi puntuali.
Nel 2022, secondo i dati del Dipartimento delle Finanze del Mef, le persone fisiche titolari di partite Iva ammontavano a circa 3,8 milioni, in crescita di un punto e mezzo percentuale rispetto all’anno precedente. A gennaio 2024, secondo la Cgia, se ne contavano invece 5.045.000, “e sebbene il numero sia in leggero aumento rispetto a quattro anni fa, va segnalato che rimane ben lontano dai 6,2 milioni che registravamo agli inizi del 2004”.
Sempre secondo le stime Mef, la metà (49,2%) è costituita da contribuenti in regimi fiscali agevolati con in testa il forfetario, che raccoglie circa 1,8 milioni di partite Iva (+4,4% sul 2021), il restante 50,8% è suddiviso fra un 30,4% di imprenditori, un 14,3% di autonomi e un 6% di agricoltori. E i titolari di partita Iva aderenti ai regimi agevolati dichiarano il 29,2% dei redditi, gli imprenditori il 35,5% e gli autonomi il 34,9%. Secondo un’analisi di Trenumbers, “Mettendo insieme di nuovo tutti, autonomi, anche forfettari, e imprenditori, quello che emerge è che oltre al 15% che guadagna zero o meno, c’è poi un 25,8% che denuncia un reddito da partita Iva tra zero a 10mila euro, e un altro 18,8% che ne percepisce uno tra 10 e 20mila. In sostanza 1.825.207, quindi più di metà del totale delle partite Iva, ha un reddito più basso di 15mila euro”.
In Polesine, contando solo le “partite Iva classiche”, ovvero artigiani, commercianti e agricoltori sono passate dalle 22.153 del 2014 alle 18.091 del 2022, con una perdita secca di 4.062 unità, pari a ben il -18,3%. Ben 1.715 sono gli artigiani che si sono persi, 1.273 i commercianti e 401 gli agricoltori.
In Veneto il numero delle partite Iva è stimato in 515.180 unità. Di questi, 133.400 operano in regime dei minimi. “Stiamo parlando - nota la Cgia - di attività economiche senza dipendenti e senza alcuna organizzazione d’impresa con un fatturato annuo al di sotto degli 85mila euro. Insomma, una pura e semplice partita Iva che fa dell’autoimprenditorialità la sua ragione lavorativa. E’ il caso di tanti giovani, di altrettante donne e di molte persone in età avanzata che sbarcano il lunario con piccoli lavori/consulenze senza disporre di alcun ammortizzatore sociale e/o sostegno pubblico. Soggetti che faticano a incassare le proprie spettanze e che, nella stragrande maggioranza dei casi, si trovano in condizioni economiche molto fragili e, quindi, a forte rischio di povertà o esclusione sociale.
Infatti, si spiega, “tra tutti i nuclei che in Italia hanno come capofamiglia un lavoratore autonomo, il rischio povertà o esclusione sociale è al 22,7%, mentre la quota riferita a tutte le famiglie con alla guida un lavoratore dipendente è decisamente inferiore e pari al 14,8%. In altre parole, se negli ultimi decenni abbiamo assistito a una progressiva riduzione del potere d’acquisto dei salari che ha spinto verso l’area dell’indigenza molti operai/impiegati con bassi livelli di inquadramento contrattuale, ai lavoratori autonomi le cose sono andate molto peggio. I fatturati hanno subito delle forti contrazioni e, conseguentemente, la qualità della vita delle partite Iva ha subito un deciso aggravamento. Purtroppo non ci sono dati regionali, ma è verosimile che questo differenziale a discapito degli autonomi sia presente anche in Veneto.
I ricercatori della Cgia mettono subito le mani avanti: “Qualcuno potrebbe obbiettare che i dati riferiti alla povertà dei lavoratori autonomi sarebbero condizionati da importi reddituali dichiarati non corrispondenti al vero. In realtà, il rischio povertà o esclusione sociale è un indicatore molto complesso che è dato dalla somma delle persone che si trovano in almeno una delle seguenti condizioni: vivono in famiglie a rischio povertà; vivono in famiglie in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale; vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro. Ovviamente, tra le categorie monitorate dall’Istat la più disagiata economicamente e socialmente è quella dei pensionati, dove il rischio povertà delle famiglie è addirittura al 33,1%.
Negli ultimi 20 anni il reddito degli autonomi è sceso del 30%, mentre quello dei lavoratori dipendenti è diminuito di “solo” l’8%. Per i pensionati, invece, il dato è rimasto pressoché stabile. Al proposito, nota la Cgia, “la debolezza economica di molte partite Iva, il crollo dei consumi interni, causato dalle crisi economiche che si sono succedute in questi due decenni, e alla concorrenza praticata dapprima dalla grande distribuzione e negli ultimi anni dal commercio elettronico, hanno fiaccato la tenuta reddituale di tantissime micro attività.”
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