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denatalità
17.04.2025 - 05:00
“Soluzioni per arginare lo spopolamento del Polesine? Non ci sono soluzioni precostituite valide universalmente, ci sono tanti fattori in gioco e servono anche orizzonti temporali abbastanza lunghi. Quello che è certo è che un fattore importante è rendere il territorio attrattivo dal punto di vista dei servizi, dagli asili nido, che in realtà non sono carenti in provincia di Rovigo, al trasporto pubblico, che invece è abbastanza scarso, ma se manca un magnete economico è tutto più difficile”. A dirlo è Lorenzo Di Lenna, ricercatore della Fondazione Nordest che studia da anni le dinamiche demografiche in atto. E la provincia di Rovigo, nota, rischia di essere entrata “nella fase nera della crisi demografica, della quale non si vede la luce alla fine del tunnel”.
RUOLO DEGLI IMMIGRATI -Di Lenna evidenzia come “la glaciazione demografica interessa tutto il Paese, con magnitudo differenti, anche all’interno dello stesso Nordest. E la differenza arriva sostanzialmente dai saldi migratori, perché il saldo naturale è in negativo in tutte le province del Nord”. Il saldo migratorio è la differenza fra chi arriva e chi parte, mentre il saldo naturale, la differenza fra nati e morti. Il calo delle nascite e l’invecchiamento generale della popolazione, portano ad una flessione generale dei residenti, compensata però dall’arrivo di nuovi residenti, sia da altre province, che, soprattutto, da altri Paesi. “In provincia di Rovigo - evidenzia Di Lenna - la popolazione è in calo e in poco più di vent’anni è diminuita del 6%, perdendo circa 15mila abitanti. Tale calo si sarebbe amplificato senza l’aumento della presenza di stranieri tra i residenti e infatti la sola popolazione italiana è diminuita nello stesso periodo del 14%, oltre 33mila individui. La quota percentuale di stranieri è infatti in costante crescita da oltre vent’anni, e oggi quasi un residente su dieci proviene dall’estero e non ha la cittadinanza italiana”.
LA POLARIZZAZIONE - C’è, tuttavia, un altro aspetto che il ricercatore della Fondazione Nordest, mette bene in evidenza: “Anche a livello di singole nazioni, anche quelle con ottimi tassi di immigrazione ma anche di integrazione, c’è un aspetto che va ulteriormente indagato: il processo di polarizzazione. Ovvero, non ci sono distribuzioni eque sul territorio, perché ci sono città e aree che hanno più attrattività, per una serie di fattori, e zone, generalmente periferiche, che ne hanno meno. Per cui, anche i flussi migratori, sia nazionali che internazionali, tendono a concentrarsi verso realtà già più grandi. E questo, in buona sostanza penalizza Rovigo. Anche perché, va detto, avere flussi di immigrazione attratti da posizioni lavorative in settori come agricoltura o edilizia, non garantiscono uno sviluppo socioeconomico che permetta di aumentare l’attrattività”.
L’EMORRAGIA GIOVANILE - Il problema, poi, è quello generazionale. Perché non solo in Polesine la popolazione cala, ma a diminuire numericamente sono soprattutto le fasce di età più basse. “Guardando alla variazione della popolazione dal 2005 al 2024 divisa per fasce d’età - spiega Di Lenna - il primo aspetto da notare è legato alla perdita complessiva della popolazione, circa 16mila individui. L’unica fascia a mostrare un incremento numerico è quella oltre il 65 anni, da 54mila a 64mila, mentre quella che vede la maggiore diminuzione è quella dei giovani, tra i 18 e i 34 anni, da 51mila a 34mila, il 40% in meno. La fascia 35-64 è passata da 105mila a 100mila, mentre per i giovani fra 0 e 17 anni da 33mila a 29mila. La provincia di Rovigo presenta, come la maggior parte di quelle venete (e italiane), un forte incremento nel tasso di dipendenza strutturale. Questo indica la percentuale di persone in fasce considerate non produttive (under 15 e over 64) ogni persona di età nella fascia 15-64anni. Rovigo e Belluno, con la compagnia di Venezia, si trovano in una posizione più sensibile rispetto alle altre province, e in questo senso è possibile affermare che siano già entrate nella fase critica della crisi demografica, della quale non si vede la luce alla fine del tunnel. Infatti nel 2024, tenendo conto del tasso di occupazione, ogni lavoratore ha avuto economicamente a carico un’altra persona. Per di più, dal tasso di dipendenza degli anziani, si comprende come l’aumento del tasso di dipendenza strutturale dal 2005 ad oggi sia quasi interamente dovuto all’aumento della fascia più anziana e dunque che tale persona a carico oggi sia verosimilmente un pensionato. In parole povere, dal 2005 al 2024 è fortemente aumentata la quota di persone, in massima parte anziani, che, ipotizzando siano fuori dal mercato del lavoro, dipendono economicamente dalle classi di età produttive”.
GLI EFFETTI DELLA CRISI - Questo non è solo un dato “anagrafico”, ma ha ripercussioni più pesanti. Significa che verranno a mancare lavoratori, ma anche una rivoluzione dei consumi, dai pannolini ai pannoloni, con il crollo dei valori immobiliari e trasformazioni perfino inimmaginabili. Come spiegato dalla stessa Fondazione Nordest, “il forte calo dei giovani mette in seria difficoltà la piena partecipazione alle rivoluzioni verde e digitale (essendo i giovani più sensibili alle questioni ambientali e nativi digitali), tende ad abbassare ulteriormente la natalità (riducendo il numero di potenziali genitori), ricompone i consumi di beni a sfavore del contenuto di servizio, riduce sia l’adattabilità del sistema socio-economico ai cambiamenti sia la capacità di apprendimento sul lavoro, diminuisce la nascita di nuove imprese e l’innovazione a essa collegata, scoraggia gli investimenti delle imprese, impossibilitate a trovare personale. In altre parole, diminuisce il potenziale di crescita anche dal lato della produttività”. Insomma, fa avvitare ulteriormente la spirale dello spopolamento.
Come uscirne? “Il pubblico - spiega Di Lenna - può agire puntando sui servizi, che aumentano la qualità della vita. E anche continuare a valorizzare l’università in collaborazione con Padova e Ferrara. Ma servono anche investimenti economici. Si potrebbe poi pensare di legare Rovigo ad un ‘polo’, come la vicina Padova, ma collegando il Polesine, con forti problemi demografici, a un’area che si sta polarizzando, si corre anche il rischio di accelerare l’emorragia. La verità è che il problema demografico richiede in primis politiche lungimiranti, con i necessari fondi, a livello nazionale”.
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