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verso il 25 aprile

“Bombe e macerie, mi salvai così”

Francesca Fornari: “Il fragore era assordante, grida urla, cercai riparo sotto i sacchi”

“Bombe e macerie, mi salvai così”

“Il fragore era assordante. Il movimento d’aria delle esplosioni sfondava le porte e ha fatto volare, per centinaia di metri, pure le tagliatelle appena fatte da mia nonna Marietta”. Grida, urla, lamenti ma, su tutti, un rombo assordante che rimaneva nelle orecchie, perforava i timpani, trapanava il cuore e si fissava nella memoria. Lo sa bene Francesca Fornari, che all’epoca di quel tragico 20 aprile del 1945 aveva appena sei anni e mezzo. In questi casi, non basta l’età per ricordare, quando è la storia stessa che crolla addosso sulla propria vita, letteralmente. Un bombardamento che distrusse Lusia a pochissimi giorni dalla Liberazione del 25 aprile, data che domani sarà celebrata in tutta Italia. Un museo, a Lusia, inaugurato pochi giorni fa, ricorda quella tragica giornata.

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80 anni fa, il 20 aprile 1945, la storia ha fatto irruenza a Lusia, all’epoca un piccolo centro ai confini della provincia. Quello stesso giorno, le truppe sovietiche entravano a Berlino dando inizio alla fine ormai già certa del terzo Reich ma i poveri abitanti di Lusia non potevano saperlo. “Nell’edificio poi diventato casa comunale, si ricorda la Wermacht mentre la Casa del fascio - ora distrutta - era a Lendinara” ricorda Fornari, ripercorrendo con gli occhi trasudanti di emozione e ricordo, quelle strane giornate. “Il 19 aprile - continua - mia sorella maggiore aveva visto, durante il giorno, un aereo sorvolare Lusia in perlustrazione".

“Il 20 aprile, le incursioni furono tre. Erano aerei inglesi. Alcuni apparecchi volavano talmente bassi che si poteva vedere il viso del pilota. Bombardavano a quadrilatero - aggiunge - missione numero 218” il nome del raid alleato portato a termine dal ‘461st Bombing group’ inglese. Obiettivo? Il ponte ligneo sull’Adige. Conseguenze? La completa distruzione del centro storico del paese, compresa l’antica chiesa dei santi Vito e Modesto, l’annesso campanile e il castello Morosini (sede del municipio) nonché antica dimora di fondazione estense, poi riconvertita in villa veneziana dal doge omonimo. “Resta da capire il perché di un bombardamento così grande in un centro così piccolo”, sostiene Fornari, elencando dibattiti sulle dinamiche, ancora non risolte e spiegate, del bombardamento.

“Dopo la prima ondata si vedevano colonne alte di fumo e polvere. Dopo le successive incursioni, si sentivano i pianti e i lamenti delle persone colpite, rimaste sepolte sotto le macerie. Io avevo sei anni e mezzo, avrei dovuto fare la prima elementare. Cercai riparo sotto alcuni sacchi” conclude. Disperazione e paura, le due parole che forse possono riassumere il caos nel quale piombò il paese accompagnato dalla mesta conta. 74 le vittime civili certe, altre venti - secondo Fornari - quelle di cui non si sa nulla, sfollati ospitati dal parroco, mai più trovati.

“Odio, potere e vendetta: ecco il sunto di cos’è la guerra, di cosa ha significato per le nostre vite, per quelle spezzate mai più tornate di tanti cittadini di Lusia. La storia senza verità è come un albero senza radici” conclude la sopravvissuta. Sono proprio le radici e gli alberi ad abbracciare idealmente ora i resti di quel campanile di 63 metri. Da quel venerdì 20 aprile le sue campane non poterono più suonare. Un silenzio assordante di una bocca mutilata, una voce di un paese completamente oscurata.

“Ho vissuto una vita in mezzo alla storia - annota Fornari - nonostante la distruzione subita, a Lusia restò l’umanità della nostra gente che poi si diede da fare, tanto per salvare un partigiano catturato, quanto per non fare uccidere un tedesco in fuga. Ringrazio la mia famiglia che mi ha dato i valori del rispetto altrui e del perdono”. Al Museo di Lusia Francesca ha raccolto cimeli storici: “Una ricerca che parte dal mio bisogno di verità e di far luce su quel giorno buio che ci ha segnati per sempre” conclude con un volto sereno. Un volto sotto le bombe, provato dalla storia. Fiero di un perdono che profuma di speranza e sa di verità, di una ricostruzione che parte dalla memoria.

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