VOCE
castelnovo bariano
02.05.2025 - 21:00
Resteranno fuori di casa per sette giorni, i 21 residenti dell’area rivierasca di Castelnovo Bariano le cui abitazioni ricadono nei 1.200 metri di raggio dal luogo in cui, sulla sponda lombarda del Po, nel pomeriggio del 30 aprile è stato rinvenuto un ordigno inesploso risalente alla seconda guerra mondiale. Le operazioni di inertizzazione dell’ordigno, infatti, per ragioni tecniche potranno iniziare solo una volta trascorse 144 ore dal ritrovamento: sei giorni pieni. A conti fatti, dunque, l’operazione di brillatura potrà essere svolta soltanto martedì mattina, e soltanto allora si potrà parlare di cessato pericolo.
Il ritrovamento della bomba, a Moglia, frazione del Comune mantovano di Sermide e Felonica. L’ordigno inesploso è emerso durante i lavori di delocalizzazione dell’impianto idrovoro Reverese. Immediato l’intervento dei militari del decimo reggimento Genio guastatori, che hanno subito delimitato un’area di 1.200 metri di raggio dal punto del ritrovamento. Una “zona rossa” che comprende il Po e arriva in Polesine, coinvolgendo una porzione significativa del territorio di Castelnovo Bariano, come comunicato dalla prefettura di Mantova.
La prefettura di Rovigo, in stretto raccordo con il sindaco di Castelnovo Bariano, Monica Ferraccioli, ha dunque emesso un’ordinanza di evacuazione e interdizione dell’area interessata: coinvolte nove famiglie, per 22 persone complessive. Modificato anche il percorso del Vespa-raduno in paese, in programma per domani.
Decisamente peggiore la situazione in territorio mantovano, dove sono 800 i residenti evacuati e che non potranno far ritorno nelle proprie abitazioni fino a martedì prossimo. A Sermide, è stato allestito un centro di prima accoglienza nel palasport. In Polesine, invece, non è stato necessario allestire centri di accoglienza perché le nove famiglie coinvolte nello sgombero hanno trovato autonomamente un alloggio temporaneo.
Il provvedimento di sgombero resterà in vigore fino al completamento delle delicate operazioni di bonifica dell’ordigno, fissate per martedì 6 maggio.
Il dispositivo di sicurezza messo in campo vede la partecipazione di forze di polizia e volontari della Protezione civile, impegnati nell’informazione e nell’evacuazione delle famiglie residenti nella zona a rischio. Sul posto, operano anche i vigili del fuoco e il personale sanitario del Suem 118, pronti a intervenire in caso di necessità. Alle forze dell’ordine è stato inoltre affidato il compito di vigilare costantemente lungo il perimetro dell’area interdetta, garantendo che nessuno vi acceda.
La gravità della situazione è stata sottolineata anche dalla Regione del Veneto, che attraverso una nota ufficiale ha reso noto la natura particolarmente pericolosa dell’ordigno. Si tratterebbe di un residuato bellico “a lungo ritardo chimico”, con un tempo di saturazione stimato in 144 ore.
La comunità locale altopolesana sta vivendo ore di apprensione, in attesa che gli artificieri possano disinnescare in sicurezza l’ordigno e permettere il rientro delle famiglie evacuate nelle proprie abitazioni. L’episodio riporta alla memoria i pericoli ancora latenti legati ai numerosi residuati bellici ancora disseminati nel territorio 80 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale.
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