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IL CASO

Trasfusione infetta, il Comune paga

La causa civile è decollata soltanto nel 2020. Trovato l’accordo: il bonifico entro l’anno

Trasfusione infetta, il Comune paga

Il Comune di Rovigo si appresta a chiudere, entro il 2025, un’annosa causa che affonda le sue radici indietro nel tempo di oltre 50 anni. Quella che l’assessore al bilancio Giuliana Bregolin in consiglio comunale ha definito “la causa del sangue” verrà chiusa, con buone probabilità, entro il 2025 attraverso un accordo transattivo del valore di 675mila euro, “un successo da parte di questa giunta” ha evidenziato l’assessore.

Ma di che cosa si tratta esattamente? Sotto il profilo strettamente amministrativo, la questione è stata sollevata nell’ambito dell’illustrazione delle cifre del rendiconto di gestione 2024 e, in particolare, al capitolo del fondo contenziosi che, complessivamente, vale 1,8 milioni di euro. All’interno di questo fondo, la cifra destinata alla transazione, come detto, è di 675mila euro. L’operazione è stata accolta con favore dal capogruppo di opposizione Palmiro Franco Tosini che ha commentato ricostruendo la vicenda giudiziaria: “Prendo atto con soddisfazione della transazione legata al caso di epatite C che risale agli anni ’60 e ’70. Una causa molto importante che si definirà con una transazione sulla quale, credo, la Corte di conti non potrà mai metterci lo zampino. Perché è una causa iniziata avanti il tribunale di Rovigo poi riassunta dal tribunale di Venezia per competenza di foro erariale, perché convenuto in giudizio non c’era solamente il Comune ma c’era anche il ministero della salute. E il foro erariale è laddove c’è l’Avvocatura dello Stato che lo difende. Il tribunale di Venezia ha disposto una perizia che ha riconosciuto la responsabilità e quindi il danno da risarcire a quella persona. Danno che è molto più elevato di quanto andiamo risarcire con la cifra pari a 675mila euro. Dunque, va bene risarcire il danno, perché abbiamo una perizia che ha ritenuto responsabile l’amministrazione pubblica, ottenendo comunque un notevole risparmio”.

Adesso, però, vale la pena fare un passo indietro per riepilogare la vicenda. Nel 2020 il Comune di Rovigo si è ritrovato a giudizio, con la prima udienza civile svolta negli ultimi mesi del 2019, per un episodio risalente al 1967. Ma non si è trattato di un caso di lungaggini burocratiche perché il procedimento giudiziario è nato, appunto, 50 anni dopo quando la donna ha citato in giudizio civile palazzo Nodari. Solo mezzo secolo dopo, infatti, la donna avrebbe scoperto, secondo la ricostruzione dei fatti fatta nel 2019 dal suo legale, che determinati problemi di salute riscontrati sarebbero derivati da una trasfusione di sangue alla quale sarebbe stata sottoposta all’ospedale civile di Rovigo nel 1967. Problemi che avrebbe scoperto con una diagnosi del 2014, seguita da una messa in mora e dal ricorso contro il Comune del 2017.

Ma cosa c’entra il Comune con l’ospedale? C’entra eccome. All’epoca, infatti, le Ulss, ossia le aziende sanitarie, neppure esistevano e gli ospedali dipendevano dai Comuni. Il procedimento si è instaurato di fronte al tribunale di Rovigo prima di passare, come spiegato, per competenza al tribunale di Venezia. Solo adesso, però, si intravvede l’epilogo: a distanza di quasi 60 anni e con la prospettiva di una transazione, ritenuta vantaggiosa per palazzo Nodari, che entro il 2025 potrebbe mettere fine alla vicenda.

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