VOCE
Lo studio
09.06.2025 - 11:00
Per 162mila evasori veneti, il tax freedom day è un giorno come un altro. Tra i veneti che sono completamente disinteressati alle scadenze tributarie e contributive ci sono sicuramente gli evasori. Per loro il giorno di liberazione fiscale non rappresenta alcunché, visto che durante l’anno non pagano tasse all’erario. Secondo le ultime stime dell’Istat riferite al 2022, sono quasi 162.000 le persone fisiche presenti in Veneto che sono occupate irregolarmente come dipendenti o abusivi, che lavorano completamente in nero o quasi. In Italia sono quasi 2,5 milioni e il numero più elevato è presente in Lombardia con 379.600 unità. Seguono i 319.400 residenti nel Lazio e i 270.100 abitanti della Campania. Se, invece, calcoliamo il tasso di irregolarità, dato dal rapporto tra il numero di occupati irregolari e il totale degli occupati di ciascuna regione, in Calabria registriamo il tasso più elevato pari al 17 per cento. Seguono la Campania con il 14,2, la Sicilia con il 13,7 e la Puglia con il 12,6. La media italiana è del 9,7 per cento.
Per quel che riguarda il tasso di irregolarità meglio del Veneto in Italia c’è solo la provincia di Bolzano, per il resto il tasso di irregolarità è ovunque più elevato. Come si è giunti a stabilire che il 6 giugno è il giorno di liberazione fiscale del 2025? La stima del Pil nazionale prevista per l’anno in corso è di 2.256 miliardi di euro; tale importo è stato suddiviso per 365 giorni, ottenendo così un dato medio giornaliero di 6,2 miliardi di euro. Dopodiché, sono state estrapolate le previsioni relative alle entrate tributarie e contributive che i percettori di reddito verseranno quest’anno che dovrebbero ammontare a 962,2 miliardi di euro. Infine, quest’ultimo dato è stato frazionato al Pil giornaliero. Nel Documento di Economia e Finanza del 2025, si stima una pressione fiscale per l’anno in corso del 42,7 per cento; un livello in lieve aumento di 0,1 punti percentuali rispetto al dato del 2024.
L’incremento della pressione fiscale è tornato a salire a partire dal 2023. Tuttavia, affermare che in questi anni sia aumentato il peso del fisco sul contribuente sarebbe fuorviante. L’incremento della pressione fiscale, infatti, non è ascrivibile ad un aumento delle tasse, quanto a una pluralità di novità legislative di natura economica. Pensiamo alla decontribuzione a favore dei redditi da lavoro dipendente resa più incisiva nel 2024 e all’accorpamento dei primi due scaglioni di reddito Irpef. Nel 2025, con l’intento di ridurre il cuneo fiscale e a compensazione della decontribuzione, sono state aumentate le detrazioni Irpef.
Inoltre, il buon andamento delle entrate fiscali nel 2024 è stato determinato da fattori economici che hanno condizionato la crescita delle imposte sostitutive attinenti ai redditi da capitale. Non va nemmeno dimenticata la crescita registrata dalle retribuzioni.
L’impatto sulla pressione fiscale riconducibile all’aumento delle tasse, invece, è stato modestissimo. Ricordiamo, tra i principali inasprimenti fiscali introdotti dal governo in carica, le seguenti misure: incremento della tassazione sui tabacchi, dell’Iva su alcuni prodotti per l’infanzia-igiene femminile e dell’imposta sostitutiva sulla rivalutazione dei terreni e delle partecipazioni per l’anno 2024; rimodulazione delle detrazioni per le spese fiscali con l’introduzione di alcune limitazioni per redditi elevati, l’inasprimento della tassazione sulle cripto-attività, la riduzione delle detrazioni delle spese per le ristrutturazioni edilizie e il risparmio energetico per l’anno 2025.
Nel 2024 la pressione fiscale in Danimarca era al 45,4 per cento del Pil, in Francia al 45,2, in Belgio al 45,1, all’Austria il 44,8 e in Lussemburgo al 43. L’Italia si è posizionata al sesto posto tra tutti i 27 paesi dell’Unione Europea con un tasso del 42,6 per cento del Pil. Per una regione come il Veneto che ha nell’export uno dei suoi punti di forza, scontare quasi 2 punti di pressione fiscale in più rispetto ai tedeschi e quasi 5,5 punti aggiuntivi nei confronti degli spagnoli è un handicap che penalizza non poco le nostre imprese, in particolare quelle di piccola dimensione.
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