VOCE
L'indagine
30.06.2025 - 09:00
Nell’immaginario collettivo, da almeno 45 anni il Veneto è la regione delle piccole imprese. Ma, secondo la Cgia di Mestre, tra tasse, burocrazia e caro bollette il quadro generale non è dei migliori, specialmente per quanto riguarda i costi energetici. Mettendo a confronto quelli delle piccole con quelli delle grandi imprese, emerge un differenziale “spaventoso” che penalizza enormemente le prime. Se per le bollette dell’energia elettrica gli artigiani, gli esercenti, i negozianti e i piccoli imprenditori pagano il 55 per cento in più delle grandi industrie manifatturiere e commerciali, per quelle del gas addirittura il doppio. A denunciarlo è l’Ufficio studi della Cgia.
Con i prezzi di luce e gas che da tre anni hanno subito degli aumenti importanti, perdura la penalizzazione nei confronti delle realtà produttive di piccola e piccolissima dimensione che, quelle con meno di 20 addetti, ad esempio, costituiscono il 98 per cento delle imprese presenti nel Veneto. Sono tante, ma anche in termini occupazionali giocano un ruolo da protagoniste; al netto dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche, infatti, danno lavoro al 60 per cento circa degli addetti presenti nella nostra regione. Per la Cgia va sottolineato che il divario di costo tra grandi e piccole imprese è sempre esistito.
Gas Nel 2024 le piccole aziende hanno pagato il gas mediamente 99,5 euro a Megawatt-ora (Mwh) e le grandi 47,9 euro. Rispetto al 2022, quando il differenziale era del 33 per cento, la forbice è tornata ad allargarsi, sebbene i prezzi della materia prima siano scesi. Anche negli anni che hanno preceduto l’inizio delle ostilità tra la Russia e l’Ucraina, il disallineamento era molto rilevante, ancorché il prezzo di mercato della materia prima fosse molto più basso di adesso. Rispetto ai nostri principali concorrenti commerciali, solo la Francia presenta un costo del gas, pari a 103,9 euro al Mwh, superiore al nostro. Germania (95 euro) e soprattutto la Spagna (48,5 euro) beneficiano di costi inferiori. Per le nostre grandi imprese, invece, il confronto è meno impietoso; solo in Germania il costo del gas è superiore al nostro
Elettricità L’anno scorso l’energia elettrica è costata alle piccole aziende italiane 218,2 euro al Mwh, contro i 140,4 euro al Mwh che sono stati pagati dalle realtà più grandi. Come per il gas, negli ultimi anni anche le bollette della luce hanno visto aumentare la forbice tra grandi e piccole imprese. Nonostante i costi record, nel 2022 i prezzi erano allineati, successivamente il gap è continuato ad aumentare. Nei confronti dei più importanti paesi europei, solo le piccole imprese della Germania pagano più delle nostre.
I prezzi In Italia a gonfiare i prezzi delle bollette della corrente delle imprese sono, in particolare, i costi di rete (trasporto e gestione del contatore), le tasse e gli oneri di sistema che nelle piccole aziende hanno una incidenza pari mediamente al 40 per cento del costo totale. Una quota che nelle grandi imprese scende al 17 per cento. Certo, ci sono anche delle ragioni oggettive che “giustificano” questo gap di costo. Le industrie, ad esempio, comprano l’energia in grandi volumi, spesso si avvalgono di broker che sono in grado di negoziare tariffe più basse con i fornitori. Tendenzialmente, le piccole imprese, invece, acquistano poca energia e non hanno molto margine di trattativa.
I settori I rincari delle bollette riguardano, in particolare, i settori energivori. Per quanto riguarda il consumo del gas, segnaliamo le difficoltà che in questi ultimi anni hanno colpito i comparti del vetro, della ceramica, del cemento, della plastica, della produzione di laterizi, la meccanica pesante, l’alimentazione, la chimica. Per quanto concerne l’energia elettrica, invece, rischiano il blackout le acciaierie-fonderie, l’alimentare, il commercio, alberghi, bar-ristoranti, altri servizi.
Povertà energetica Altra conseguenza drammatica riconducibile agli effetti del caro bollette è la condizione di difficoltà in cui versano molti italiani. I dati 2023 dell’Osservatorio italiano sulla povertà energetica sono evidentissimi. Quasi 2,4 milioni di famiglie italiane si trovano in povertà energetica. Stiamo parlando di 5,3 milioni di persone che vivono in abitazioni poco salubri, scarsamente riscaldate d’inverno, poco raffrescate d’estate, con livelli di illuminazione scadenti e con un utilizzo molto contenuto dei principali elettrodomestici bianchi.
In Veneto le famiglie che sarebbero scivolate in questa condizione sono il 6,3 per cento del totale, pari a quasi 135mila nuclei che corrispondono a 303.600 individui. Sebbene il dato sia in aumento rispetto al 2022, siamo, dopo il Friuli Venezia Giulia, la regione del Nord Italia con l’incidenza percentuale più bassa. La situazione più critica, invece, si verifica in Calabria, dove il 19,1 per cento delle famiglie, composte da quasi 349mila persone. Seguono la Basilicata (17,8 per cento) il Molise (17,6 per cento), la Puglia (17,4 per cento) e la Sicilia (14,2 per cento). Le regioni, invece, meno interessate da questo fenomeno sono il Lazio (5,8 per cento del totale delle famiglie), Friuli Venezia Giulia (5,6 per cento) e, in particolare, Umbria e Marche (entrambe con il 4,9 per cento).
Le principali condizioni professionali del capofamiglia che si trova in povertà energetica sono, in linea di massima, tre: disoccupato, pensionato solo e in molti casi, quando lavora lo fa come autonomo.
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