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La storia

“Serremar, due volte vittima”

Raggirata in una truffa del superbonus in Irpinia, l’azienda badiese è stata dichiarata fallita

“Serremar, due volte vittima”

“Siamo stati vittime due volte e hanno fatto fallire un’impresa sana che aveva commesse importanti e occupava un’ottantina di persone: siamo stati vittima di un raggiro che abbiamo denunciato e siamo stati vittima di una giustizia che non ci ha dato la possibilità di continuare a fare il nostro lavoro”. E’ uno sfogo carico di amarezza, quello di Pierluigi Reviglio, già amministratore della Serremar, impresa badiese di costruzioni che nell’exploit Superbonus ha finito per trovare il “Supermalus”.

Una storia complessa, di rapporti con imprese che mutavano pelle come i serpenti, di faccendieri, di cose che dovevano essere ma non erano, di indagini per truffa ai danni dello Stato e di sentenze di fallimento, con una trama che dal Polesine, passando per Trento, si è snodata fino a Laviano, un piccolo paese montano di 1.500 abitanti, fra Campania e Basilicata, nell’Irpinia devastata dal terremoto. E un terremoto, anche politico oltre che giudiziario, che ha visto indagato anche il primo cittadino, ha scosso nuovamente Laviano, per l’inchiesta su una presunta frode milionaria sul Superbonus attorno ai lavori di riqualificazione energetica del “villaggio antistress” del comune irpino, nato con le casette di legno prefabbricate per gli sfollati dopo il sisma del 1980 e poi divenuto una sorta di area vacanze nell’Alta Valle del Sele. Di stress, però, Reviglio e la Serremar nella storia di Laviano ne hanno accumulato parecchio. Purtroppo non solo quello.

“Tutto è iniziato - racconta Reviglio - quando siamo stati coinvolti nel progetto di efficientamento energetico di questo villaggio, perché noi eravamo specializzati in una tecnologia particolare, di costruzione con strutture in acciaio leggero. E la domanda è: come vi è venuto in mente di andare a lavorare a Salerno? La risposta però è che siamo stati coinvolti da una grandissima realtà del Trentino, una ditta che sembrava essere una garanzia assoluta”. Così non è stato.

Per capire meglio, bisogna tornare indietro all’agosto 2020. Erano i tempi della pandemia. Erano i tempi dell’avvio del Superbonus 110%. E Seac, il colosso trentino, nato come servizio di elaborazioni per Confcommercio, poi ampliatosi fino ad arrivare a quasi mezzo migliaio di dipendenti e oltre 22mila clienti, si butta nel settore, prima costituendo Globalbonus e poi Efficient Building, con il ruolo di “general concractor” per coordinare e gestire progetti di riqualificazione edilizia con accesso a Eco Bonus e Sisma Bonus. Subito un “affarone”: tre villaggi nei comuni irpini di Laviano, Conza e Calabritto, un progetto di ricostruzione che vale circa 250 milioni di euro.

“A fine 2021 - spiega Reviglio - vengo contattato per un progetto di circa 20 milioni e mi è stato chiesto di presentare un’offerta ad Efficient Building, che ho scoperto essere emanazione di Seac, quindi una realtà sicura. E così ho fatto. Ho firmato il contratto e mi sono messo in moto per far partire il cantiere. Ho fatto l’errore di iniziare subito dall’acquisto dei materiali, le strutture di acciaio, quello che serviva per i bagni. In quel momento non si trovava nulla e i prezzi erano saliti a dismisura”. Poi, quando finalmente a Laviano, la sorpresa: fino a quel momento nessuno aveva fatto niente, le casette erano addirittura occupate e non c’era nemmeno il metano.

Secondo il contratto tra Serremar e Efficient Building, i pagamenti dovevano funzionare per stati di avanzamento e Serremar una volta costruite le prime cento casette delle 450 totali avrebbe avuto i primi cinque milioni. Milioni che servivano perché Serremar aveva un debito scaduto con l'Agenzia delle Entrate.

Ma a inizio 2023, anche se non è andato avanti quasi nulla, nonostante qualcuno i crediti fiscali abbia già iniziato a incassarli, il cantiere si ferma del tutto: ci sono contrasti fra Efficienti Buildings e Polis Mathera, la società dei tre Comuni che faceva da committente per i lavori. E iniziano le indagini. A luglio 2023 la Procura di Salerno sequestra 40 milioni di crediti già concessi perché “sarebbe stato realizzato un sistema fraudolento basato sulla creazione di falsi crediti d’imposta in capo alla società committente, poi ceduti, mediante l’esercizio dello sconto in fattura, alla società appaltatrice, a fronte di lavori mai eseguiti”.

Intanto, però, per Serremar la vera mazzata è già arrivata, il 6 aprile 2023, quando il Tribunale fallimentare di Rovigo emette la sua sentenza di messa in liquidazione giudiziale. “Non ci hanno voluto concedere il concordato in continuità – rimarca amareggiato Reviglio - Avevamo commesse da milioni di euro, l’Agenzia delle Entrate non ha voluto concederci del tempo e il Tribunale non ci ha permesso di andare avanti e ci ha uccisi. Ha frazionato tutto, sono state messe in vendita le macchine e la curatrice ha abbondantemente recuperato tutto il credito. Intanto, a noi ci hanno rovinato”.

La storia, però, non finisce qui. Anzi. Perché le indagini vanno avanti, condotte dalle Fiamme Gialle e coordinate dalle Procure di Salerno e di Matera. Ci sono 13 indagati, fra i quali il sindaco di Laviano. E anche Pierluigi Reviglio e suo figlio Andrea, legale rappresentante della Serremar. Ma loro non ci stanno e raccontano tutto, per filo e per segno. Aiutano gli inquirenti a districarsi nel mare di appalti e subappalti, di contratti e accordi, seguendo il denaro. E così, dopo gli interrogatori di garanzia, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Matera, Angelo Onorati, il 24 giugno scorso ha emesso un decreto di giudizio immediato per 10 persone, ma non per i Reviglio, assistiti dall’avvocato salernitano Michele Cuozzo. “Noi siamo stati vittime dirette di tutta questa vicenda - spiega ancora l’imprenditore badiese - per questo ci siamo insinuati nel processo come parte offesa, costituendoci parte civile con una richiesta di risarcimento di qualche milione di euro. Ma nulla ci ridarà la nostra società. Anche perché abbiamo provato a ripartire, in piccolo. Ma non abbiamo più le macchine e poi, purtroppo, resta questo marchio del fallimento. Un fallimento che però ha una sua triste storia”. Una storia che deve essere raccontata.

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