VOCE
lo studio
11.10.2025 - 07:00
Calano gli abitanti, ma si costruiscono nuove abitazioni. E ci sono lavoratori che non trovano case in affitto o da acquistare. Sembra un paradosso ma è una tendenza diffusa e Comune a tutto il Veneto: secondo l’analisi della Fondazione Think Tank Nord Est, che rimarca “tante case vuote, ma pochi alloggi per i lavoratori: servono incentivi per riqualificare il patrimonio abitativo non utilizzato del Veneto, tra 2014 e 2024 in tutto il territorio regionale si contano oltre 96mila unità abitative in più, a fronte di una diminuzione di quasi 51mila residenti.
Si tratta di una tendenza che accomuna tutte le province, con la sola eccezione di Verona dove anche il trend demografico si mantiene positivo. E in Polesine, questo è ancora più evidente, perché più forte è stato il calo demografico: fra 2014 e 2024 sono stati persi oltre 14mila residenti, il valore assoluto più alto in tutta la regione dopo Venezia che ne ha persi 20.300, mentre il numero delle abitazioni è aumentato di 1.043 unità. E l’aumento della popolazione accompagnato all’aumento delle unità abitative, si è registrato solo nel 2% dei Comuni, mentre nel 42% dei Comuni si è verificato proprio l’effetto di diminuzione dei residenti e di contestuale aumento delle residenze, con l’aumento di case non abitate. Tuttavia, la maggioranza dei Comuni polesani, il 56%, ha visto calare abitanti e alloggi. Una media in controtendenza rispetto al resto della regione che vede solo il 9% dei Comuni far registrare questo doppio calo.
Guardando alle percentuali di abitazioni non occupate in Veneto, con il dato però ancora risalente al 2021, è la fascia montana ad avere le percentuali più alte, oltre il 50%. In Polesine c’è solo un Comune che si trova in questa fascia: Rosolina. Si tratta, però, come del resto anche altri comuni litoranei e alcuni Comuni dolomitici di un dato che risente del fatto di essere una località turistica con tante seconde case e case per affitti stagionali. Case dove nessuno ha la residenza, quindi, ma non certo case “abbandonate”. Il dato sembra più affidabile, al netto di un turismo pressoché inesistente, per quanto riguarda i comuni polesani che rientrano nella fascia di un numero di case non abitate fra il 30% e il 50%: Calto, Crespino, Gavello, Villanova Marchesana, Papozze, Corbola, Ariano nel Polesine.
Il resto dei comuni della provincia di Rovigo, invece, si attesta fra il 30% e il 15% di case non abitate. Con due sole eccezioni, con una quota di abitazione vuote inferiore al 15%: Pontecchio Polesine, che ha saputo far tesoro della vicinanza al capoluogo Rovigo, e Occhibello che, allo stesso modo, beneficia della vicinanza con Ferrara.
Tornando alla dimensione regionale, la Fondazione Think Tank Nord Est evidenzia come gli immobili non occupati siano presenti soprattutto nei piccoli Comuni: in media la quota di abitazioni vuote è del 68% nelle realtà con meno di 500 abitanti, mentre in quelli con popolazione compresa tra 500 e 1.000 residenti la quota di case non occupate è del 54%. La percentuale diminuisce con l’aumentare della dimensione demografica dei Comuni, attestandosi tra il 15% e il 16% nelle realtà con più di 10.000 abitanti.
Gran parte di queste unità abitative vuote avrebbe bisogno di importanti lavori di ammodernamento. Infatti, il patrimonio edilizio del Veneto è abbastanza datato: il 29% delle case non occupate è stato costruito entro il 1960, mentre il 32% dal 1961 al 1980.
La fotografia sulle abitazioni del Polesine scattata dall’Istat indica che praticamente una casa su quattro è disabitata mentre il 9% è ultracentenaria. Le abitazioni censite sono infatti 132.985 e, di queste, 32.130 sono senza residenti. la percentuale più alta di case non abitate è quella delle case costruite dal 2016 in poi, oltre una su tre, 404 su 1.189. Una percentuale di non utilizzo del 34%, decisamente più alta, qui sta l’aspetto curioso, rispetto a quella delle abitazioni più vetuste, quelle costruite prima del 1918, occupate al 27,8%. E se qualcuno può essere portato a pensare che le abitazioni così vecchie siano poche, si sbaglia di grosso, perché si tratta di ben 11.797 abitazioni, l’8,9% del totale, delle quali ben 8.510 occupate. Le case con il più alto tasso di residenzialità, con solo una quota del 22,7% di non occupazione, sono quelle costruite fra 1961 e 1980, ben 45.645 in tutto, la quota maggiore dell’edificazione in Polesine, il 34,32% del totale delle abitazioni.
D’altro canto, nota la Fondazione Think Tank Nord Est, quasi il 75% degli attestati di prestazione energetica richiesti in Veneto tra il 2018 e il 2023 si riferisce a edifici con classe energetica bassa (dalla D alla G): queste abitazioni rappresentano un grande bacino potenziale per le ristrutturazioni.
“La riqualificazione del patrimonio immobiliare è una sfida strategica per il Veneto - dichiara Antonio Ferrarelli, presidente della Fondazione Think Tank Nord Est - perché riguarda temi cruciali quali la sostenibilità ambientale, la qualità abitativa, la competitività del sistema economico, lo spopolamento dei piccoli Comuni. Chiediamo alla prossima Giunta Regionale del Veneto di definire nuove misure per stimolare gli investimenti sul patrimonio edilizio: le imprese, se incentivate con contributi specifici, potrebbero ristrutturare numerose abitazioni, per metterle a disposizione dei propri addetti in arrivo da altri territori, incentivando così il loro trasferimento in Veneto con la propria famiglia. Questi interventi, oltre a rilanciare il settore edile, ambiscono ad aumentare l’offerta di case, favorire la residenzialità dei lavoratori, non consumare ulteriore suolo, ridurre le emissioni in atmosfera grazie all’efficientamento energetico degli edifici, ripopolare i piccoli Comuni”.
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