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ricordo dell'alluvione

"Da Bottrighe a Torino, sfollati"

La vicenda di Leonarda Migliorini: “Non mi sono mai vergognata della mia storia”

"Da Bottrighe a Torino, sfollati"

101 morti, sette dispersi e circa 180.000 sfollati. Sono bastate poche ore, in quel drammatico 14 novembre di 74 anni fa per ridisegnare volti, redigere nuove vite, seppellendo terre, animali, famigliari nelle acque voraci del Po. Dalle tre rotte, che fin dal pomeriggio iniziarono in successione, non ci fu modo di sottrarsi.

Anche se la maggior parte delle vittime fu a Frassinelle con l’episodio drammatico del “camion della morte”, furono tante le storie spezzate, i sogni, i desideri infranti dei quasi 200mila polesani senza più un tetto sopra la testa. L’unica salvezza? Emigrare, distanti da quel Po. E tra loro, anche Leonarda Migliorini, sfollata all’età di 4 anni insieme alla sua famiglia ma che poi di casa ha trovato la città sabauda attraversata dal fiume. “Eravamo nel meridione del nord. Abitavamo nella zona più bassa del paese di Bottrighe perché c’era un argine molto alto del Po. Da dove stavamo, il fiume era quasi 1km di larghezza da una sponda all’altra. Stavamo in affitto, non eravamo benestanti, anzi, di un’estrazione povera ma lavoratrice e all’epoca di lavoro ben poco ce n’era” racconta la signora 78ttenne.

“Già da giorni mettevano sacchi lungo gli argini. Mio padre, Agostino (detto “Efrem”) e mia mamma, Iride Bovolenta, avevano portato un po’di masserizie al piano terra ma tutto andò perso. Persino il gatto non volle andare via dalla casa. Rimase fuori dall’acqua solo il tetto”. Da quel giorno, come per tanti altri sfollati, iniziò il lungo esodo: “Ci mandarono in Toscana, a Calambrone (Pisa)”. Come in molte altre situazioni, l’esistenza di numerose colonie estive sul mare (La colonia Firenze, Vittorio Emanuele Il, Regina Elena) permetteva l’alloggio di molte famiglie alluvionate. “Eravamo però senza riscaldamento, separati tra uomini e donne, con nulla. Al seguito di proteste, ci spostarono a Càscina, nella ex casa del popolo. Condividevamo lo spazio con un’altra famiglia e, oltre al luogo fisico, anche quello della tragedia” continua Leonarda, ricordando la vicenda del fratellino di 15 mesi sopravvissuto all’acqua ma non alla bronchiolite che se lo portò via, nonostante la staffetta di soccorsi messi in atto per recuperare l’antibiotico.

“Per mia madre fu un dolore straziante, avevamo perso tutto e anche una vita umana in quel 1951”. Nonostante le ombre di un futuro nebbioso, inquieto, impalpabile ed economicamente nullo, la solidarietà fu tanta, sia in Toscana che nel rientro ad Adria. Ma al lavoro bisognava pur pensare e fu così che il padre di Leonarda si trasferì a Roma come falegname per lavorare con la ditta incaricata della ricostruzione dei quartieri popolari. “Con la nascita nel ’53 di mio fratello, e la volontà di mio padre di vederci non solo una volta l’anno, ci trasferimmo a Torino. Mi ricordo che diceva: “Io vado, e se trovo lavoro vi faccio venire con me. Anche se mangiassimo solo pane, almeno staremo insieme, perché sennò questa non è vita”.

In questa maniera, a ricongiungere la famiglia ci pensò, forse come uno strano gioco del destino, proprio quel Po di Bottrighe che scorre e attraversa Torino. Partendo da un piccolo alloggio, la vita finalmente ricominciò: “Andai a lavorare a 12 anni in una merceria facendo la domenica a scuola. E se tanti dimenticano, forse anche lasciando all’acqua del tempo i ricordi, non è il caso di Leonarda, che aggiunge: “Noi veneti, qui, abbiamo avuto una grande reputazione. “Faso tutto mi” è il soprannome che ci davano. Non mi sono mai vergognata della mia storia; povera ma onesta, in tutto, vera”.

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