VOCE
la storia
05.01.2026 - 21:29
Non è un compleanno qualunque quello di oggi, per Emanuela Munerato. Dieci anni in parlamento tra Camera e Senato, al compimento dei 60 anni per lei si schiudono le porte del cosiddetto “assegno vitalizio”. Un privilegio, certo, ma per il quale, nei due mandati passati a Roma, ha versato qualcosa come 120mila euro di contributi; non proprio noccioline.
Munerato, come vive questo traguardo?
“Premetto che per il momento non ho ancora ricevuto alcuna comunicazione ufficiale in merito. Aspetto la mail, poi ci penserò. Certo devo dire che è un assegno che mi permetterà di stare serena, e so che è una fortuna che non hanno in molti. Ma io continuerò a lavorare”.
Eletta alla Camera nel 2008, poi al Senato nel 2013. Dopo la fine del mandato, nel 2018, non ha più avuto incarichi politici. Cos’ha fatto in questi otto anni?
“Ho sempre lavorato, fin da subito. Ho fatto la cameriera, ho lavato i piatti nella cucina di un ristorante. Dal 2020 seguo lo sportello di Lendinara di Centro veneto energia: ci occupiamo di gas e luce, e seguiamo le pratiche per Acquevenete. Ho un part-time ma spesso mi chiamano a sostituire colleghi in altri sportelli del Polesine o della Bassa Padovana: mi chiamano alle 7.15, e io parto. Insomma: mi do da fare. Non rubo niente a nessuno”.
La sua storia però inizia in fabbrica…
“E inizia presto, a 15 anni. Quando papà è morto ho dovuto lasciare la scuola e andare a lavorare subito: avevo due fratelli piccoli, dovevo dare una mano. Dal 1981 al 1986 sono stata impiegata della Sasatex di Lendinara, finché non mi sono trovata in cassa integrazione straordinaria: i soldi arrivavano dopo 12 mesi, non me lo potevo permettere. Sono andata a fare la cassiera al supermercato, alla Base. Poi sono tornata alla Sasatex, ricontattata dal titolare, come caporeparto per 4 anni. Poi per 10 anni ho lavorato con mio marito in un negozio di ortofrutta, per poi tornare di nuovo in fabbrica, come operaia: facevo i turni a ciclo continuo, sabato e domenica compresi”.
Fino al parlamento.
“Doveva essere una candidatura di servizio. Ero la militante più anziana della Lega e una delle poche donne: mi misero in lista per ‘riempirla’. Ho speso meno di 300 euro di volantini: li ho distribuiti io, in bici, nella sola Lendinara. Speravo di fare un buon risultato per poi magari chiedere la candidatura a consigliere comunale di Lendinara l’anno dopo. Invece la Lega ha preso tantissimi voti, e mi sono trovata eletta alla Camera. Non lo avrei mai immaginato”.
Dalla fabbrica, un bel salto.
“Sì, ma l’ho vissuto tenendo sempre al centro le esigenze del mio Polesine. Al punto che in alcuni casi, con l’ok del partito, non ho partecipato a qualche voto di fiducia quando qualcosa non mi piaceva, come sulle estrazioni di gas”.
Fino al 2011, e il celebre intervento proprio sull’argomento pensioni.
“Sì, il giorno in cui sono finita al pronto soccorso. Feci quell’intervento durante la discussione della Finanziaria del governo Monti, in piena notte. Bossi e Maroni lo apprezzarono e mi affidarono la dichiarazione di voto finale per la Lega, alle 13 del giorno seguente: andai in diretta su tutti i tg. Mi cercarono tutti e io che ho sempre avuto un carattere sensibile mi agitai: mi venne la febbre a 41 e finii in infermeria”.
Parlò alla Camera indossando la sua divisa da operaia: un grande colpo mediatico.
“La seduta notturna era presieduta dal vicepresidente Lupi: mi disse ‘onorevole, si tolga quel berretto. Ha dei capelli stupendi’. Risposi: ‘Sì, ma quando leggo mi vanno davanti agli occhi’. Il giorno dopo il presidente Fini me lo lasciò tenere anche se non si poteva. A fine seduta mi mandò un biglietto in cui diceva che, malgrado non condividesse il mio intervento, ne aveva percepito l’emozione. E’ un bel ricordo, che conservo ancora”.
Si discuteva dell’allungamento dell’età pensionabile.
“In fabbrica ho conosciuto molte donne, operaie, in età vicina alla pensione. Finivano il turno alle 6 della mattina e correvano a tenere i nipoti, perché le figlie andavano a lavorare. Arrivavano a sera distrutte. L’ho fatto per loro, perché certe cose le ho vissute sulla mia pelle, non sulle carte”.
Cosa resta di quella battaglia?
“Quello che è successo dopo è stata la mia delusione più grande, in particolare verso il centrodestra. Quella battaglia andava portata avanti fino in fondo. Chi se ne è dimenticato provi a farsi un giro in fabbrica, a vedere cosa vuol dire. Certo, anche quello del parlamentare è un lavoro impegnativo e di responsabilità, ma molto diverso da un turno di notte”.
Ora l’età pensionabile sale ancora: un mese nel 2027, altri due dal 2028. Che ne pensa?
“E’ una presa in giro. Specie se penso a quello che dicevamo noi leghisti. Ora, anche se il partito è cambiato, bisognava portare avanti quelle idee, tenere fede a chi allora firmò per quella proposta. Non dico abbassare l’età pensionabile, perché indietro non si torna più, ma almeno tenerla ferma. Era una battaglia che veniva dal nostro cuore”.
Vitalizio a parte, quando maturerà la pensione da lavoro?
“Nel 2034. Continuerò a lavorare per altri otto anni. Ripeto: il mio lavoro mi piace e mi piace stare a contatto con le persone. E poi, anche questo è un modo per essere al servizio dei cittadini, com’era per me fare politica: se posso aiutare lo faccio. A volte porto le pratiche a casa degli anziani, anche se abitano nelle frazioni: risparmio loro di venire allo sportello, specie se c’è la nebbia”.
E alla politica non pensa più?
“Mi piacerebbe ritornare, ma in questo momento non ho un partito che mi rappresenta. Ho aderito al Patto per il Nord, con tanti vecchi amici della Lega, ma non sono attiva perché non ne ho il tempo. Ma mi piace, perché parlano come parlavamo noi una volta”.
Emanuela Munerato, un sogno ce l’ha ancora?
“Un sogno sì: il coronamento del mio percorso sarebbe quello di fare il sindaco del mio paese, Lendinara. Ma è un sogno, non un obiettivo: ora c’è Francesca, è brava, e farà sicuramente tre mandati”.
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