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10.01.2026 - 07:00
La prossima emergenza globale potrebbe non nascere da un laboratorio o da un mercato, ma dal cielo. L’influenza aviaria torna al centro delle preoccupazioni internazionali e viene indicata da molti esperti come una delle principali minacce pandemiche del futuro. La diffusione del virus H5N1, trasportato dagli uccelli migratori, ha raggiunto livelli mai osservati prima, spingendo virologi ed epidemiologi a lanciare nuovi segnali d’allarme.
Secondo i dati raccolti dall’Ecdc e dall’Oms Europa, la circolazione del virus tra uccelli selvatici e pollame è in forte aumento. Un fenomeno che amplia il rischio di esposizione umana e alimenta il timore che il patogeno possa, con il tempo, acquisire la capacità di trasmettersi in modo più efficiente all’uomo. La lezione del Covid-19 resta un riferimento costante: l’obiettivo è non farsi trovare impreparati.
In Italia, il presidio principale è rappresentato dalla Rete degli Istituti Zooprofilattici Sperimentali, un sistema che coinvolge migliaia di professionisti e opera secondo l’approccio One Health, integrando salute animale, umana e ambientale. Proprio da questo osservatorio emerge un quadro definito dagli esperti come estremamente delicato.
La diffusione geografica dell’aviaria viene descritta come senza precedenti. Non si tratta solo della naturale capacità dei virus influenzali di viaggiare con gli uccelli, ma dell’emergere di un ceppo altamente aggressivo, capace di adattarsi ai volatili selvatici migratori e di colonizzare ambienti climatici molto diversi. Il virus ha ormai raggiunto tutti i continenti, configurando una vera e propria panzoozia, l’equivalente animale di una pandemia umana.
L’influenza aviaria è una malattia virale che colpisce i volatili, ma negli ultimi anni ha dimostrato una crescente abilità nel superare le barriere di specie. Il passaggio dagli uccelli selvatici agli animali allevati, come polli e tacchini, è ormai documentato, così come i casi di infezione in diversi mammiferi. In alcune circostanze, il virus ha mostrato di poter compiere il cosiddetto salto di specie, un elemento che storicamente è stato alla base delle grandi pandemie influenzali.
Nel contesto italiano, la situazione viene definita sotto controllo, ma tutt’altro che rassicurante. La presenza continua di uccelli selvatici positivi rappresenta una minaccia costante per gli allevamenti avicoli, soprattutto nei mesi invernali, quando si registra il picco stagionale. I focolai attivi sono monitorati attraverso un sistema di sorveglianza intensiva che consente interventi rapidi per limitare la diffusione del virus.
La prevenzione resta la chiave. Le strategie adottate prevedono controlli programmati, misure di biosicurezza rafforzate negli allevamenti e un coordinamento costante tra Regioni, Ministero della Salute e settore avicolo. In caso di individuazione del virus, scattano protocolli rigorosi di contenimento per proteggere la filiera alimentare e ridurre ogni possibile rischio sanitario.
Parallelamente, la sorveglianza si estende anche ad altre specie animali e alle persone maggiormente esposte, come allevatori e veterinari, considerate una popolazione a rischio più elevato. Al momento, le organizzazioni internazionali stimano che il pericolo per l’uomo resti basso, ma l’evoluzione genetica del virus impone un’attenzione costante.
In questo scenario complesso, una delle armi disponibili è rappresentata dai vaccini contro l’influenza aviaria, sviluppati principalmente per uso veterinario. La loro applicazione può ridurre in modo significativo l’impatto delle epidemie animali e, indirettamente, il rischio di nuove crisi sanitarie globali. La Commissione Europea ha inoltre aperto alla possibilità di utilizzare vaccini specifici per la protezione delle categorie professionali più esposte.
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