VOCE
Redditi 2024
13.01.2026 - 17:00
Novantanove parlamentari non hanno rispettato l’obbligo di legge sulla pubblicazione dei redditi e delle variazioni patrimoniali relative al 2024, violando le norme sulla trasparenza previste dalla legge 441 del 5 luglio 1982. Le dichiarazioni avrebbero dovuto essere rese pubbliche entro il 30 novembre 2025, ma a metà gennaio il dato resta invariato, con un ritardo che supera ormai il mese e mezzo. La quota più rilevante riguarda la Camera dei deputati, dove risultano inadempienti 89 eletti su 400, pari a oltre il ventidue per cento. Più contenuta, ma non trascurabile, la situazione al Senato, con dieci parlamentari mancanti all’appello su un totale di 205.
Tra i nomi più rilevanti spicca quello di Matteo Renzi, unico leader politico a non aver ancora pubblicato la propria dichiarazione. Il suo reddito 2025, riferito all’anno 2024, è particolarmente atteso perché precedente all’entrata in vigore della norma che dal gennaio 2025 limita i compensi per consulenze all’estero. Si tratterebbe dunque di una dichiarazione potenzialmente molto elevata, che resta però ancora riservata.
L’elenco degli inadempienti comprende numerosi volti noti di quasi tutti gli schieramenti. Al Senato figurano, tra gli altri, un senatore a vita, capigruppo e parlamentari di peso di Lega, Partito Democratico e Fratelli d’Italia. Alla Camera risultano coinvolti anche membri del governo e dirigenti di primo piano, con una distribuzione trasversale che tocca maggioranza e opposizione.
Il dato politicamente più significativo riguarda però i numeri per forza parlamentare. A sorprendere è il Movimento 5 Stelle, che risulta il partito con la percentuale più alta di eletti fuori norma: oltre un terzo dei suoi parlamentari non ha rispettato gli obblighi di trasparenza, nonostante una lunga tradizione di battaglie pubbliche proprio su questo tema. Seguono Forza Italia, Fratelli d’Italia, Partito Democratico e Lega, che tra i grandi partiti è quella con il tasso di inadempienza più basso.
La legge prevede una procedura chiara: in caso di mancata pubblicazione, il presidente della Camera di appartenenza deve diffidare formalmente il parlamentare, concedendo quindici giorni per mettersi in regola, e in caso di ulteriore inosservanza informare l’Assemblea. Al momento non risultano comunicazioni ufficiali né dal presidente del Senato né da quello della Camera circa l’avvio di queste diffide, lasciando aperto il dubbio se siano state effettivamente inviate.
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