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ESTERI
13.01.2026 - 21:00
Blackout, zero comunicazioni con l'esterno, tutta l’angoscia degli iraniani in Polesine. La dinamica degli attimi di terrore passa nelle risposte lapidarie di chi si trova qui. “Dall'8 gennaio, internet è stato completamente bloccato e nessuno può più contattare i propri cari all'interno. È possibile che tra le vittime ci siano anche i nostri familiari e amici, ma non abbiamo ancora alcuna informazione sul fatto che siano vivi o meno”.
Frasi serrate, dirette, per la cronaca del “più grande massacro nella storia contemporanea dell'Iran", come lo ha definito l'Iran International, il media di opposizione con base londinese che nelle ore di ieri ha stilato il bilancio massacrante delle vittime delle proteste scoppiate nel Paese, “almeno 12.000 persone, molte under 30”, avvalendosi di una stima condotta "su un'analisi esclusiva di fonti e dati medici. A darne un risvolto locale, le voci dei giovani iraniani. Di questi, per motivi di sicurezza e tutela delle famiglie nel paese d'origine, non vengono riportate le identità corrispettive.
“Sono una giovane di 26 anni e, nonostante la mia vita ancora breve, ho assistito più volte ai massacri di massa compiuti dalla Repubblica Islamica contro il popolo iraniano: nel 2009, nel 2019 e nel 2022. Nel 2019, la Repubblica Islamica interruppe Internet per diverse settimane e, in soli tre giorni, uccise 1500 persone. Nel 2022, durante le proteste note come ‘Donna, Vita, Libertà’, scoppiate dopo l’uccisione di una ragazza da parte della polizia morale, la Repubblica Islamica rispose ancora una volta con violenza, causando la morte di centinaia di giovani e persino bambini – e continua una ragazza - Questa volta, però, la situazione è diversa: la popolazione non ha più paura di essere uccisa. Sono ormai 16 giorni che le persone non hanno abbandonato le strade, e la Repubblica Islamica continua la repressione con un livello di violenza ancora maggiore”. Mentre si rincorrono i messaggi inorriditi dal mondo, il pensiero degli iraniani va alle famiglie. “Questa mancanza di notizie, è spaventosa e insopportabile. La preoccupazione costante per la vita delle persone che amiamo e l’impossibilità di sentire la loro voce sono sensazioni che consumano l’anima” commenta una giovane. “Tutti i nostri connazionali sono scesi in strada per rivendicare i loro diritti naturali, tra cui la libertà e la protesta contro l’inflazione estrema e altre difficoltà. La Repubblica Islamica ha preso il controllo anche degli ospedali e sta sequestrando i corpi delle persone uccise e dei feriti colpiti dai proiettili. Secondo le informazioni ricevute, chiedono tra i 700 milioni e i 2 miliardi di toman alle famiglie delle vittime come ‘denaro del proiettile’ per restituire i corpi. Non permettono nemmeno alle famiglie di organizzare cerimonie funebri e, in alcuni casi, seppelliscono le vittime in segreto. La Repubblica Islamica è responsabile di crimini gravissimi e noi iraniani all’estero condanniamo fermamente queste atrocità”.
E mentre è arrivato, nella giornata di ieri, anche il messaggio di Donald Trump, attraverso Truth, "Patrioti iraniani continuate a manifestare … L'aiuto è in arrivo", l'attenzione è massima verso lo scenario decisionale delle sorti della nazione, specie dopo il recente intervento militare statunitense nella questione venezuelana. Rispetto a questa possibilità, rispondono: “Certamente sì! Nessun altro mezzo può resistere e affrontare la brutalità del regime islamico se non un pesante intervento militare”. “Sì, personalmente, e anche tutti gli amici con cui sono in contatto qui, chiediamo un intervento esterno per fermare la Repubblica Islamica, perché noi, a mani vuote, non siamo in grado di affrontarla da soli” annota un’altra fonte.
Tra le voci c'è anche chi precisa, tuttavia: “La maggioranza degli iraniani non desidera un intervento militare pesante come quello avvenuto in Siria o in Iraq, che ha portato distruzione e instabilità a lungo termine. Molti ritengono che una forte e coordinata pressione internazionale, simile al modello applicato in Venezuela, mirata a indebolire e rimuovere il regime senza distruggere il Paese, potrebbe essere più efficace e molto meno dannosa”.
Tra la speranza a cui rimangono aggrappati nel rivedere i propri cari, non manca un pensiero di libertà e giustizia sociale per la propri patria: “Molti iraniani hanno una forte fede nel principe ereditario Reza Pahlavi, figlio del defunto Scià dell'Iran, come alternativa e guida saggia per la transizione dal regime islamico a quello degli antichi iraniani” sottolinea un ragazzo, insieme a una coetanea: “Con la caduta della Repubblica Islamica e la convocazione di un referendum, spero che l’Iran possa trasformarsi in una nazione democratica, fondata sul secolarismo e impegnata nella tutela dei diritti dei suoi cittadini”. E ancora, per una giovane: “Molti sostengono il ritorno del figlio dello Scià, convinti che prima della rivoluzione l’Iran abbia vissuto un periodo di sviluppo. Lo vedono come una figura con una formazione moderna e una visione politica e sociale aperta a un progetto di Stato laico, libero dall’ingerenza della religione nella politica”.
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