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Dal mito alla medaglia

Il bob giamaicano corre verso Milano Cortina 2026

Dal mito alla medaglia

Il bob giamaicano non è più soltanto una storia da raccontare. È un progetto sportivo che rivendica spazio, risultati e ambizioni. Quasi quarant’anni dopo l’immagine simbolo di Calgary 1988, quella slitta ribaltata che attraversò il mondo trasformandosi in leggenda, la Giamaica torna sulla scena olimpica con un obiettivo diverso: essere competitiva, non sorprendente. Il percorso che porta a Milano Cortina 2026 segna una svolta definitiva, certificata da una recente medaglia d’oro nella Coppa del Nord America, primo segnale concreto di una maturità raggiunta.

«Siamo spesso associati a Cool Runnings, e va bene», spiega Roland Reid, oggi uno dei volti della nazionale. «Ma non siamo un film. Siamo atleti veri e vogliamo fare il salto di livello». Dietro il sorriso, il messaggio è netto. Il rischio, per la Giamaica, è restare intrappolata nella propria narrazione. La sfida è dimostrare che quel racconto può evolversi.

Il bob, nella realtà, è lontano dall’immaginario leggero del cinema. È metallo e fibra di vetro, uno spazio essenziale che non concede comfort né errori. Una macchina che a oltre 130 chilometri orari amplifica ogni dettaglio, ogni vibrazione, ogni scelta tecnica. Reid ricorda il primo impatto come uno shock: nessun sedile, nessuna protezione simbolica, solo una struttura brutale che richiede controllo assoluto. Ed è proprio questa durezza a rendere credibile la storia giamaicana, fatta di velocisti cresciuti al caldo che hanno accettato di misurarsi con un ambiente estraneo, imparando a convivere con il freddo e con l’assenza di margini.

L’origine di tutto non nasce in un centro federale, ma per strada. All’inizio degli anni Ottanta, a Kingston, l’intuizione di George Fitch prende forma osservando gare improvvisate di carretti. Da quell’idea informale prende vita un progetto improbabile che, nel giro di pochi anni, porta la Giamaica ai Giochi Invernali di Calgary. Non fu una favola lineare, ma un percorso fatto di autofinanziamento, allenamenti a secco, viaggi infiniti e improvvisazione organizzata. Più simile a una startup che a un programma olimpico tradizionale.

A Calgary, nel 1988, la Giamaica entra nella storia. Prima con il doppio, poi con il quattro. La caduta nell’ultima prova, l’uscita a piedi dalla pista e l’ovazione del pubblico costruiscono un’immagine destinata a diventare eterna. Ma dietro quell’istante iconico c’era una realtà molto più complessa, fatta di sacrifici continui e di una credibilità sportiva tutta da conquistare. Il film che ne nascerà pochi anni dopo renderà la squadra un fenomeno pop globale, ma allo stesso tempo ne semplificherà la percezione.

Oggi il percorso è diverso. L’adattamento è diventato una competenza strutturale. Reid lo racconta come un processo costante, lo stesso che accompagna ogni cambio di paese, di sistema, di pista. Un concetto condiviso anche dalla squadra femminile. Shadae Green descrive un’esistenza scandita da voli intercontinentali, jet lag, distanze familiari e sbalzi climatici estremi. Dalla Giamaica al gelo europeo, il corpo è chiamato a performare mentre la mente deve restare lucida.

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