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abbandono scolastico
17.01.2026 - 18:27
Il più alto tasso di abbandono scolastico in Veneto lo registra il Polesine, il 2,05% del totale degli iscritti alle superiori: circa 190 ragazzi che mollano lo zaino, i libri e rischiano di entrare nel vortice dei neet, not in in education, employment, or training, che non studiano, né lavorano, né provano a imparare un mestiere. Un allarme per i dirigenti scolastici, che ce la mettono tutta per interpretare il fenomeno e contrastarlo. A partire dai collegi costanti in cui si tratta il tema e i singoli casi, ai tutor “sentinella” delle classi che chiamano le famiglie in caso di assenze prolungate, a progetti specifici per “riparare” lo scollamento tra scuola e nuove generazioni.
“Che il fenomeno maggiora si registri a Rovigo e a Belluno è dovuto anche alla conformazione delle due province. Rovigo è una fascia stretta e lunga - premette Lorenza Fogagnolo, dirigente dell’Iis Cipriani - Colombo di Adria - Soprattutto nella zona del Delta, i trasporti sono difficili, raggiungere la scuola significa affrontare viaggi di oltre un’ora e mezza tra andata e ritorno. Questo rende quasi impossibile frequentare le attività pomeridiane o i corsi extracurricolari, nonostante i fondi Pnrr che stiamo utilizzando proprio per contrastare la dispersione”.
Oltre ai limiti logistici, esiste un problema generazionale: “Molti studenti arrivano in classe stanchi perché passano la notte online, tra telefoni e videogiochi”, racconta la dirigente. “Facciamo fatica noi e fanno fatica le famiglie a scardinare questo meccanismo. Dobbiamo far capire ai ragazzi che la conoscenza non è solo un mezzo per trovare lavoro, ma è ciò che rende liberi. Se sai interpretare un fenomeno, sei libero di dire di no e di scegliere la tua strada”.
Il controllo sulle assenze è costante e il contatto con le famiglie è immediato non appena un ragazzo manca per pochi giorni. “Soprattutto nei professionali, dove molti ragazzi hanno avuto percorsi travagliati, serve empatia - continua Fogagnolo - Devono sentire che il docente tiene a loro, anche quando li sgrida. Se riusciamo ad agganciarli emotivamente, la motivazione a venire a scuola nasce da sola. Non è raro che i nostri docenti vadano direttamente nelle case a parlare con i ragazzi che non vogliono entrare in classe”.
Secondo il dirigente dell’Itis Viola Marchesini di Rovigo Francesco Lazzarini, la chiave per contrastare l’abbandono scolastico risiede in un orientamento che parta già dalle scuole medie. “Non esistono scuole facili o difficili, ma attitudini diverse che vanno riconosciute subito. Dobbiamo capire precocemente se ci troviamo di fronte a intelligenze teoriche o pratiche”, spiega il dirigente. “All’Itis lavoriamo molto su questo: siamo capofila di una rete che coinvolge tutti gli istituti comprensivi, offrendo formazione specifica sia ai docenti che ai genitori”.
E ancora: “Ci sono ragazzi che scelgono informatica pensando di passare il tempo con i videogiochi, ovviamente non è così. Noi cerchiamo di aiutare anche quando si è fatta la scelta errata, diamo alternative”. E anche Lazzarini condivide l’analisi di Fogagnolo: “Spostarsi in provincia è molto complicato. E ancora una volta il ruolo dei docenti è fondamentale: “Oggi gli studenti cercano negli adulti — sia a casa che a scuola — dei punti di riferimento stabili, molto più di quanto accadesse in passato. Il nostro compito è leggere questi cambiamenti e fornire ai ragazzi le chiavi per interpretare il presente”.
Alessandra Sguotti, responsabile Enaip Rovigo, non nasconde che tanti studenti che lasciano gli studi hanno un background migratorio. “Le difficoltà di comunicazione con le famiglie sono spesso accentuate da dinamiche migratorie complesse, come genitori che partono o rientrano nei paesi d'origine, rendendo difficile mantenere un filo diretto costante tra casa e scuola” . Ma anche in questo caso ci sono progetti in corso che coinvolgono gli studenti con più alti tassi di assenza in attività pomeridiane. “Attualmente frequentano il progetto 20 studenti e non ne abbiamo perso uno”, racconta con orgoglio Sguotti. “Questo dimostra che quando un ragazzo si sente realmente coinvolto e parte di un progetto, la sua motivazione cambia radicalmente. I ragazzi fanno presto a finire fuori dal sistema”, avverte Sguotti. E aggiunge: “La cosa davvero preoccupante è che chi non viene a scuola non è in giro per strada, ma chiuso a casa, isolato”. Spesso davanti a un dispositivo.
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