VOCE
il ricordo
20.01.2026 - 12:51
Valentino non ha mai indossato una corona, ma ha vestito come pochi il potere, il sogno e la rappresentazione della regalità. La sua moda ha attraversato palazzi reali, cappelle nuziali e cerimonie di Stato, trasformandosi in un codice riconoscibile, fatto di romanticismo misurato, rigore sartoriale e seduzione controllata. Alla notizia della sua scomparsa, avvenuta il 19 gennaio a 93 anni, riaffiora una storia parallela a quella delle monarchie europee e non solo, raccontata attraverso abiti che hanno segnato epoche e biografie.
Era presente, in smoking, tra gli invitati alle nozze della principessa Madeleine di Svezia nel 2013, non come semplice spettatore ma come artefice silenzioso di un’immagine destinata a entrare nella memoria collettiva. L’abito della sposa, in pizzo Chantilly e organza di seta, con la schiena scoperta e uno strascico imponente, raccontava una femminilità libera, coerente con il ruolo defilato della principessa nella linea di successione. Valentino sapeva cogliere l’essenza di chi aveva davanti, adattando il suo linguaggio estetico alla persona prima ancora che al protocollo.
Lo stesso avvenne nei Paesi Bassi, quando Màxima Zorreguieta scelse Roma e l’atelier di Valentino per il suo matrimonio con Willem-Alexander. Il risultato fu un abito in mikado di seta, solenne e moderno insieme, pensato per un inverno severo e per una futura regina dal temperamento luminoso. Affidarsi a Valentino significava scegliere una sicurezza assoluta, una forma di eleganza che non avrebbe mai tradito l’occasione.
A inaugurare questa lunga fedeltà reale fu Marie-Chantal Miller, sposa nel 1995 del principe Pavlos di Grecia. Il suo abito, frutto del lavoro di decine di sarte, univa opulenza e disciplina formale, con ricami minuziosi e proporzioni studiate al millimetro. Era il segno di una couture ancora profondamente artigianale, in cui il tempo era parte integrante del valore.
Se c’è però una figura indissolubilmente legata al nome di Valentino, quella è Sofia di Spagna. Il suo guardaroba, composto da centinaia di creazioni della maison, racconta una relazione che andava oltre la moda. Abiti da sera, da giorno, da cerimonia, spesso riutilizzati, modificati, tramandati. Valentino adattava i suoi modelli alle esigenze dell’etichetta e alla personalità della regina, aggiungendo maniche, alzando scollature, trasformando la passerella in linguaggio istituzionale. Una lezione di stile che ha trovato continuità anche con Letizia, capace di reinterpretare quegli stessi capi con un’estetica contemporanea.
Il legame con la nobiltà non si è mai limitato all’Europa. Farah Diba, ultima imperatrice di Persia, scelse un cappotto Valentino nel momento più drammatico della sua vita pubblica, l’esilio imposto dalla rivoluzione islamica. Anni dopo, lo indossò di nuovo a Roma, come atto di memoria e fedeltà, a testimonianza di un’eleganza che resiste al tempo e alla storia.
Valentino ha saputo parlare anche a figure iconiche e irregolari come Diana, che nei suoi abiti trovò lo spazio per osare, rompere schemi, affermare una nuova immagine di principessa moderna. E più recentemente a Meghan Markle, che ha scelto le sue creazioni per momenti simbolici della propria esposizione pubblica, dal rosso spettacolare della couture al minimalismo di un abito corto indossato in un evento globale.
Tra tradimenti eleganti e omaggi dichiarati, Carolina di Monaco, Beatrice Borromeo, Beatrice di York hanno tutte, in momenti diversi, riconosciuto in Valentino una firma capace di superare le mode e le alleanze stilistiche. Perché il suo vero talento non era vestire le regine, ma comprendere il peso dell’immagine, la responsabilità del bello quando diventa rappresentazione.
In questo, Valentino Garavani non è stato solo uno stilista. È stato un interprete della regalità moderna, capace di tradurla in tessuto, silenzio e misura.
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