VOCE
GEOPOLITICA
22.01.2026 - 20:00
Il Canada entra in una fase di allerta senza precedenti nei rapporti con gli Stati Uniti, spinto da un clima politico sempre più teso e dalle parole incendiarie del presidente Donald Trump. Dopo mesi di frizioni e accuse, Ottawa ha avviato simulazioni militari che ipotizzano perfino una invasione statunitense, un evento ritenuto impensabile fino a poco tempo fa.
Dal palco del World Economic Forum di Davos, Trump ha rilanciato la sua visione di uno “scudo d’oro” antimissilistico capace, a suo dire, di proteggere anche il Canada, accompagnando l’offerta con parole che a Ottawa sono suonate come una provocazione. Il presidente americano ha accusato il governo canadese di ingratitudine, sostenendo che la sicurezza e la prosperità del Paese dipendano in larga misura da Washington. Dichiarazioni che hanno riacceso una tensione mai sopita dai tempi della guerra dei dazi.
In questo contesto, le Forze Armate canadesi hanno elaborato per la prima volta in un secolo un modello teorico che analizza una possibile offensiva militare proveniente da sud. Secondo fonti governative, lo scenario parte da una constatazione netta: sul piano convenzionale le forze americane avrebbero la meglio in tempi rapidissimi. Da qui l’ipotesi di una difesa asimmetrica, fondata su guerriglia, sabotaggi e uso intensivo di droni, tattiche già viste in conflitti contro eserciti tecnologicamente superiori.
Le simulazioni descrivono un’avanzata statunitense capace di superare le principali posizioni strategiche canadesi in pochi giorni, se non in poche ore. Ottawa riconosce di non disporre né del personale né dei mezzi necessari per un confronto diretto. Per questo la risposta immaginata si ispira a guerre irregolari del passato recente, puntando a logorare l’eventuale forza occupante e a infliggere perdite significative nel tempo.
A rafforzare questa visione è anche il dibattito interno alla comunità militare. Ex comandanti canadesi ricordano come droni e armi anticarro, oggi protagonisti dei conflitti in Europa orientale, possano cambiare gli equilibri anche per un Paese con risorse limitate rispetto al vicino americano. Secondo le analisi, il Canada avrebbe una finestra di pochi mesi per prepararsi qualora emergessero segnali concreti di rottura degli accordi di difesa congiunta, come quello sulla condivisione dello spazio aereo.
In uno scenario di frattura definitiva con Washington, il sostegno potrebbe arrivare dall’Europa. Francia e Regno Unito, potenze nucleari e storici alleati, vengono indicati come possibili garanti della sicurezza canadese. Ma anche gli osservatori internazionali sottolineano l’asimmetria di fondo: le capacità militari di Ottawa restano non comparabili a quelle statunitensi, e la dipendenza strategica accumulata negli anni pesa come un’eredità difficile da superare.
A dare una cornice politica a questa svolta è stato il primo ministro Mark Carney, che a Davos ha parlato di un ordine globale “fratturato”, invitando le cosiddette potenze medie a fare fronte comune contro dinamiche egemoniche sempre più aggressive. Senza citare direttamente Washington, Carney ha evocato la fine di una illusione rassicurante e l’ingresso in una realtà dominata dalla competizione tra grandi potenze.
Il messaggio è stato chiaro e diretto: chi non siede al tavolo delle decisioni rischia di finire “nel menu”. Per il leader canadese, la cooperazione tra Paesi affini non è più una scelta ideale, ma una necessità strategica in un mondo che non tornerà all’equilibrio del passato.
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