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L’anniversario

“Combattiamo l’indifferenza”

Celebrata la giornata della memoria, tra autorità e studenti

“Come nascono i Lager? Facendo finta di niente”. Chiedeva questo Enzo Biagi in un'intervista a Primo Levi, volto italiano, immagine del sopravvissuto all'orrore. Indifferenza, in una parola, quella che ha segnato il cuore dell'intervento del prefetto, Franca Tancredi, durante la commemorazione della giornata della memoria avvenuta ieri mattina in due momenti, uno iniziale a palazzo Celio e l'altro lungo il percorso itinerante attraverso il centro cittadino.

“A voltare lo sguardo a ciò che stava accadendo, tanti e tante. Tutti abbiamo la responsabilità di non permettere che l'indifferenza prevalga davanti alla memoria, ma neppure nei confronti delle tante discriminazioni che vediamo giornalmente. Ormai sono trascorsi 26 anni da quel 2000 che vide istituita la Giornata della memoria, ma sembra che abbiamo la memoria veramente molto corta: non ce ne ricordiamo e viviamo un quotidiano che ancora manifesta, nei nostri comportamenti, rigurgiti antisemiti, rigurgiti di razzismo, rigurgiti di poco rispetto nei confronti dell'altro, della persona come individuo, con le sue particolarità, pregi e difetti. Ci comportiamo come se nulla fosse accaduto”. Mi auguro, ha continuato Tancredi: “Che questa riflessione continui ad essere fatta nei confronti delle giovani generazioni, ma non soltanto nelle scuole, anche nelle famiglie, nei comportamenti che noi istituzioni siamo tenute ad avere conformandoci ai principi della Costituzione, valori che devono essere il nostro faro”. Non uno slogan, ha ribadito il sindaco Valeria Cittadin, dopo gli onori di casa svolti dal presidente della provincia , Enrico Ferrarese: “Con questa giornata impariamo e capiamo l'importanza della libertà, conquista che diamo spesso per scontata. Dobbiamo essere tutti ‘sentinelle’ che avvertono eventuali segnali di sopruso ”.

Dopo aver ricordato la scelta della data (inizialmente si pensava al 16 ottobre, rastrellamento del ghetto di Roma ndr.), il rabbino capo della comunità ebraica di Padova, Adolfo Aharon Locci, ha commentato: “La memoria non può essere relegata a un museo, statica e ferma, ma deve essere resa fertile, deve produrre anticorpi oggi e non solo lacrime per ieri. Questa memoria sta funzionando oppure è diventata un alibi? Dopo il 7 ottobre 2023, la risposta si fa accidentata. Abbiamo visto riemergere antichi fantasmi, un antisemitismo che marcia nelle piazze, nelle università, nei luoghi di cultura; un qualcosa di pianificato e progettato”.

E in merito proprio alle proteste sul conflitto palestinese e alle posizioni dell'opinione pubblica, ha aggiunto: “Si sta propagando un antisemitismo dissimulato. Se rimaniamo ambigui rispetto all'odio che colpisce gli ebrei vivi, si rischia di riconoscere la storia ma non la cronaca di oggi”. E ha concluso: “E' una sfida difficile che contempla anche il preventivo di perdere, perdere cariche, poltrone e interessi propri, E' da evitare che la retorica soffochi la realtà, per una giornata che non celebri una stanca liturgia e nemmeno un bolla temporale per mettersi a posto con la coscienza per ventiquattrore, ma un momento che ci faccia riconoscere ciò che è tornato”. A suggellare il momento, il ricordo in arte offerto dalle classi IV E e quinta E e F del Liceo Celio Roccati accompagnati dai professori Martina Panzani e e Mirko Nistoro. Portando una candela per ogni milione di persone uccise nella follia dello sterminio, gli studenti sono entrati nella sala consigliare presentando alcuni scatti fotografici e multimediali inerenti la storia del giorno della memoria e le forme d'arte espresse per mano dei bambini deportati a Terezín. Disegni colorati di case, fiori, piante, animali: tutto quello che, in quel “mondo capovolto”, citando Levi, non esisteva più.

In un corteo, anticipato dai gonfaloni del comune di Rovigo, di Occhiobello e della Provincia, i presenti, gli studenti delle classi del Celio Roccati coinvolte, le associazioni d'arma e gli amministratori di alcuni comuni del territorio, hanno continuato la commemorazione lungo le vie del centro per raggiungere l'antico cimitero ebraico dietro il tempio della Rotonda.
Lì sono stati citati, da parte del presidente Ferrarese, i deportati polesani internati nei campi di sterminio e il rabbino Locci ha letto un passaggio biblico. Posta una rosa bianca su una delle lapidi presenti, ci si è spostati poi in via Remigio Piva dove si trova l'unica pietra d'inciampo presente in città , quella davanti all'abitazione che fu di Luigia Modena Colorni (1881 – 1944 ). Nata a Venezia, a Padova sposò Gastone Colorni. Con lui si trasferì a Rovigo nel 1907, dove tra l'altro nacque l’unico figlio, Ausonio. A appena 51 anni morì il marito rendendola di fatto vedova; dopo l'armistizio del '43, la situazione divenne drastica il figlio lasciò al città. Ella rimase a Rovigo fino al 28 luglio 1944 quando venne arrestata, nonostante fosse, secondo le leggi, ariana per parte di madre. Portata a Trieste e poi deportata ad Auschwitz, non fece più ritorno. Conclusione, infine, all'ingresso di piazza annonaria, in via X luglio, per la corona d'alloro alla lapide che ricorda la tragedia dello sterminio. “Con questo momento vogliamo specialmente parlare alle nuove generazioni, – ha poi concluso nei saluti il sindaco Cittadin – la memoria di quello che è accaduto deve guidarci nelle sfide del presente”.

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