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allarme in adriatico
27.01.2026 - 09:05
Nuovo flagello in Alto Adriatico, dopo gli sconquassi provocati dal Granchio Blu.
La “noce di mare” infesta la Laguna di Venezia e rappresenta una minaccia crescente per l’equilibrio dell’ecosistema lagunare. A lanciare l’allarme è un team di ricerca dell’Università di Padova e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS), che ha recentemente pubblicato sulla rivista scientifica Estuarine, Coastal and Shelf Science lo studio intitolato “An invader chronicles: local ecological niche of Mnemiopsis leidyi in the Venice Lagoon”.
Presente nel Mar Adriatico da quasi dieci anni, Mnemiopsis leidyi, un ctenoforo noto come “noce di mare”, trova oggi nella laguna veneziana condizioni particolarmente favorevoli alla propria proliferazione. Secondo i ricercatori, l’ambiente lagunare, caratterizzato da acque poco profonde e da una variabilità stagionale dei parametri ambientali, si sta trasformando in un habitat sempre più idoneo alla sopravvivenza e alla diffusione di questa specie invasiva.
"Sebbene la dinamica di questa specie sia stata studiata in altre aree del mondo, le informazioni relative alle lagune mediterranee, caratterizzate da una forte variabilità spaziale e stagionale delle condizioni ambientali, sono ancora limitate" spiega Filippo Piccardi, primo autore dello studio e ricercatore dell’Università di Padova. "Il nostro lavoro costituisce la prima indagine integrata sul campo e in laboratorio della nicchia ecologica di Mnemiopsis leidyi nella Laguna di Venezia".
La ricerca si è basata su due anni di monitoraggi continui, affiancati da esperimenti in condizioni controllate, con l’obiettivo di individuare le soglie ambientali di sopravvivenza della specie. I risultati mostrano un andamento stagionale ben definito, con picchi di abbondanza, definiti bloom, in tarda primavera e tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno. Si tratta di eventi di riproduzione massiva che portano alla formazione di grandi aggregazioni dell’organismo. "Bloom che sono probabilmente legati a temperature più elevate e a condizioni di salinità ottimali" precisa Piccardi.
Gli esperimenti di laboratorio hanno confermato l’elevata adattabilità dello Mnemiopsis leidyi. L’organismo è in grado di sopravvivere in un ampio intervallo di temperature, compreso tra i 10 e i 32 gradi, pur mostrando una maggiore sensibilità a temperature molto elevate e a bassi livelli di salinità. Proprio queste caratteristiche rendono la laguna veneziana un ambiente sempre più favorevole alla sua diffusione, anche in relazione agli effetti del cambiamento climatico.
Secondo quanto emerge dallo studio, acque più calde per periodi più lunghi, una salinità medio-alta più stabile e una riduzione degli eventi “disturbanti”, come forti piogge o bruschi abbassamenti di salinità, stanno progressivamente eliminando quei fattori che in passato avevano limitato l’espansione della “noce di mare”. "I risultati suggeriscono che i cambiamenti climatici in atto potrebbero favorire condizioni ambientali sempre più idonee a questo ctenoforo, incrementandone la presenza in grandi aggregati» spiega Valentina Tirelli, coautrice dello studio e ricercatrice dell’Ogs. "In questo modo il rischio di ripercussioni severe sul funzionamento dell’intero ecosistema lagunare cresce notevolmente".
L’impatto dello Mnemiopsis leidyi è diverso da quello di altre specie invasive già presenti in laguna, come il granchio blu. Mentre quest’ultimo si nutre direttamente di vongole, molluschi e crostacei, la “noce di mare” agisce alla base della catena alimentare. Si alimenta infatti di zooplancton, uova e larve di pesci, interferendo con le fasi più delicate dei cicli vitali di numerose specie ittiche. Questo meccanismo può generare un effetto a cascata, con una progressiva riduzione delle popolazioni di pesci e un impoverimento complessivo dell’ecosistema.
Lo studio evidenzia anche le possibili ricadute sul comparto socio-economico legato alla pesca. Una diminuzione del plancton e delle larve comporta, nel tempo, una riduzione delle risorse ittiche disponibili. Per questo motivo i ricercatori sottolineano la necessità di un monitoraggio mirato e di strategie di gestione adattativa per mitigare le conseguenze ecologiche e socio-economiche del fenomeno.
Nel documento si precisa che non è possibile eliminare radicalmente lo Mnemiopsis leidyi, trattandosi di un organismo che vive sospeso nell’acqua e si sposta con le correnti. Tuttavia, è possibile contenerne gli effetti attraverso controlli costanti, in particolare nei periodi dell’anno in cui la specie tende a proliferare maggiormente, come la tarda primavera e la fine dell’estate. L’individuazione tempestiva dei bloom consentirebbe di intervenire prima che l’impatto sull’ecosistema diventi significativo.
Accanto al monitoraggio, lo studio richiama anche la necessità di interventi sulle condizioni ambientali della laguna. In particolare, viene evidenziata l’importanza di mantenere gradienti di salinità più bassi, soprattutto nei periodi di siccità, quando l’apporto di acqua dolce è ridotto. La gestione dei flussi idrici potrebbe quindi rappresentare uno degli strumenti per limitare la diffusione e gli effetti della “noce di mare” all’interno della Laguna di Venezia.
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