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GIORNO DELLA MEMORIA

Lo sterminio sulla porta di casa

L’approfondimento all’Archivio. Da lì passarono anche gli ebrei polesani: tornarono solo in tre

Lo sterminio sulla porta di casa

In tutto e per tutto una villa veneta, se non fosse stato per gli ebrei rinchiusi all’interno. Vo’ Vecchio, in provincia di Padova, fu il primo dei 31 campi di concentramento provinciali della Repubblica di Salò, tra l’altro, quello con il più lungo periodo di attività, dal 3 dicembre 1943 al 17 luglio 1944. A raccontarne contesto, storia e origine, il convegno di ieri pomeriggio all’Archivio di Stato, organizzato in collaborazione con l’Accademia dei Concordi, l’Anpi provinciale, l’Istpolrec e l’associazione Il Fiume con la presenza del prefetto Franca Tancredi, dell'assessore comunale Renato Campanile, del colonnello dei carabinieri di Rovigo Edoardo Campora, del presidente dei Concordi Pier Lugi Bagatin e del sindaco di Vo’ Mauro Delluniversità.

A dispetto del nome, Villa Contarini-Giovannelli-Venier, risalente alla fine del XVI secolo, fu l’epicentro di una tragedia consumata tra le pendici dei colli, in quella rete di campi istituita specialmente dopo l’8 settembre quando, nei territori sotto la neonata repubblica di Salò, e di conseguenza in mano tedesca, si procedette all’avvio della “soluzione finale”. Nel caso italiano, come ha spiegato nell’introduzione storica Maria Chiara Fabian, i campi furono principalmente luoghi dediti alla raccolta di ebrei e perseguitai con l’unico obiettivo, poi, di destinarli ai convogli in partenza per i lager del Reich, specie Auschwitz-Birkenau. San Sabba, a Trieste, fu anche di sterminio, vista la presenza di un forno crematorio. “Oggi sostituisco Luigi Contegiacomo (già direttore dell’archivio e esperto di storia locale, ndr), assente oggi per motivi personali, per introdurre un tema, questo, oggetto di studi abbastanza profondi da parte dello storico Carlo Spartaco Capogreco. Oggi trattiamo proprio la diffusione di campi di concentramento destinati agli ebrei, oltre oltre che ai cittadini stranieri e slavi, dopo l’occupazione italiana nell’ex Jugoslavia. Quindi è proprio un sistema concentrazionario che interessò appunto l’Italia fascista e non solo la Germania nazista, con caratteristiche diverse ovviamente. E’ un aspetto fino ad ora poco investigato”.

La villa, a quattro piani, ha poi continuato Gianluca Conte, serviva come casa estiva delle suore elisabettine fino a quando venne individuata come luogo di concentramento degli ebrei delle province di Rovigo e Padova. L’ultimo ingresso a Vo’ avvenne il 18 maggio 1944. Il 17 luglio vennero prelevati 47 ebrei (21 maschi e 26 femmine) trasferiti prima a Padova, gli uomini nel carcere di piazza Castello, le donne in quello di via Belzoni, passarono poi alla Risiera di San Sabba. Da lì partirono il 31 luglio per Auschwitz-Birkenau, dove arrivarono il 3 agosto. Soltanto tre rividero casa.

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