VOCE
L’appello
04.02.2026 - 06:44
“Purtroppo non è un dato inatteso, ma non per questo è meno preoccupante: bisogna fare qualcosa per invertire questo avvitamento del Polesine e bisogna farlo in fretta. Il documento che come organizzazioni sindacali abbiamo sottoscritto insieme alle associazioni di categoria del mondo datoriale va proprio in questa direzione”. E’ questo il primo commento che arriva dai segretari di Rovigo di Cgil, Cisl e Uil, Pieralberto Colombo, Samuel Scavazzin e Gino Gregnanin ai dati, appena diffusi dall’Inps sulla cassa integrazione nel 2025, che in Polesine è aumentata del 16,25%, rispetto al 10% nazionale ed al 3,7% regionale. Una crescita, dovuta unicamente all’esplosione della cassa integrazione straordinaria, aumentata del 637,6%.
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“Lo avevamo segnalato anche pubblicamente almeno in un paio di occasioni durante il corso dell'anno – rimarca Colombo – notando però una certa sottovalutazione, non certo dalle organizzazioni datoriali, quanto da chi dovrebbe provare a suggerire soluzioni in termini politiche industriali. E’ evidente che l'aumento in particolare della cassa integrazione straordinaria, ancor più di quella ordinaria, segnala in alcuni settori problemi che non sono solo temporanei, ma strutturali, che vanno individuati certamente nell’incertezza causata prima dalle guerre e poi dai dazi imposti dagli Stati Uniti, che hanno sicuramente influenzato anche le nostre imprese, però ci sono anche debolezze strutturali, legate in particolare ad alcuni ambiti interessati dalle transizioni, siano quelle digitali o quelle green. Per esempio, siamo preoccupati oltre a una parte del metalmeccanico, soprattutto quello in qualche modo legato all’automotive, ma qui abbiamo anche aziende che lavorano nell'ambito delle caldaie a gas, collegate a eventuali transizioni che ancora non vedono, alla crisi che ha colpito anche tutto il settore tessile, in parte anche industriale, che riguarda il mondo della moda, che in Polesine ha ancora alcune realtà, non tutte piccole. Una crisi che ha portato nel corso del 2025 anche a delle chiusure, cessate attività vere e proprie di aziende, che quindi alla fine sono entrate parzialmente o non sono proprio nemmeno entrate in quel conto delle ore della cassa integrazione, tra l'altro facendo perdere occupazione femminile, qui già in difficoltà”.
Scavazzin evidenzia come “questi numeri sono la conferma del fatto che il tessuto economico-produttivo polesano ha dei problemi: o si inizia a fare degli investimenti strutturali anche a diversificare le produzioni, trovando nuove filiere, o non si va lontani. Il tessuto polesano è fatto di tante aziende piccole, per quello c’è un grande ricorso alla cassa straordinaria. Le piccole realtà artigiane e commerciali sono purtroppo più vulnerabili rispetto ad imprese più strutturate e grande distribuzione organizzata. Il punto è capire che economia vogliamo avere. L’economia del Polesine probabilmente deve cambiare, proprio perché le condizioni generali rendono difficile proseguire su questa strada. Poi magari fra dieci anni magari si ritorna al ‘piccolo è bello’, ma allo stato attuale non regge. E lo dico con rammarico, perché sono un grande sostenitore degli esercizi di vicinato, anche per la loro funzione sociale. Ma quello che è mancato, in questi anni, è stato forse capire che serviva anche un accompagnamento di settori meno tradizionali, ma che ora potevano risultare trainanti. Penso al chimico-sanitario, che qui ha avuto un buon impulso ma che poteva avere più linfa. Sono numeri che vanno insieme al declino demografico e che pongono domande urgenti sul futuro economico e sociale del Polesine. Perché non va sottovalutato l’allarme lanciato dalla Cna: non solo iniziano a mancare i lavoratori, ma stanno iniziando a scarseggiare anche i datori di lavoro, con un avvitamento che inevitabilmente si ripercuote prima sulle piccole realtà”.
Da parte sua, Gregnanin nota: “Purtroppo i segnali di difficoltà produttiva si moltiplicano. Il mercato del lavoro nel rodigino ha evidenziato crescenti segnali di fragilità strutturale: le profonde trasformazioni tecnologiche, la riconfigurazione delle filiere produttive, la crisi dei settori metalmeccanico, dell’industria, dell’edilizia, hanno accentuato le vulnerabilità del sistema occupazionale. Il ricorso agli ammortizzatori sociali è divenuto uno strumento sempre più frequente e necessario per la gestione delle transizioni occupazionali, ma non può essere la soluzione. Ci sono aziende e settori in crisi e contemporaneamente sentiamo ovunque che manca manodopera: pensiamo allora a percorsi di riprofessionalizzazione nel nostro territorio, incrociamo domanda e offerta: il successo non è avere più cassa integrazione, ma avere lavoro vero”.
Le soluzioni? Purtroppo nessuno ha la “bacchetta magica”. Colombo, Scavazzin e Gregnanin, indicano ancora il documento congiunto di sindacati e associazioni di categoria per lo sviluppo del Polesine, siglato lo scorso dicembre, nel quale il primo punto è proprio lavorare per “l’insediamento di realtà imprenditoriali, nei vari ambiti, che sviluppino attività ad alto valore aggiunto e sostenibili sul piano ambientale in grado di creare occupazione stabile e qualificata che contribuisca a radicare nel nostro territorio lavoratrici e lavoratori”.
In questo senso, la Zls poteva essere un ausilio, ma per il momento non sembra aver dato i frutti sperati: “La Zls – nota Scavazzin - può essere un incentivo ma bisogna arrivare al dunque: ora servono i fatti e che arrivino le aziende. Sennò parliamo di aria fritta e di illusioni. Mi auguro che la politica chiami a raccolta tutti anche per confrontarsi sul documento congiunto per lo sviluppo, che è una base concreta di lavoro”.
Colombo, nota: “E’ chiaro che questo non è un problema che si può affrontare solo territorialmente, perché è un problema che non riguarda solo il Polesine, anche se continuiamo a pensare che dovremmo tentare anche in questo ambito di avere una visione locale, l’abbiamo già detto più di qualche volta, anche in termini di creazioni di eventuali filiere più corte, in linea con le vocazioni di questo territorio. Ma servono chiare politiche industriali di sviluppo che accompagnino queste transizioni e anche queste difficoltà. Senza di questo non c’è una bussola che indirizza le aziende”.
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