VOCE
Sanita’
06.02.2026 - 07:00
Non è una corsia preferenziale. Non è un privilegio. E’ un modo diverso di organizzare la sanità perché, per alcune persone, il problema non è la cura: è riuscire ad arrivarci. E’ questo il senso profondo dei Percorsi Dama, acronimo di Disabled advanced medical assistance, presentati all’aula magna della Cittadella socio sanitaria dall’Ulss 5 Polesana, in un incontro che ha visto la sala gremita di operatori, medici, rappresentanti del territorio e associazioni. Un momento di confronto arricchito anche da un videomessaggio del ministro per le Disabilità Alessandra Locatelli.
I primi quattro percorsi attivati riguardano vaccinazioni, punto prelievi, odontoiatria e radiologia. Servizi fondamentali che per molte famiglie possono trasformarsi in un’esperienza complessa, faticosa, a volte persino impossibile.
“Non sono percorsi preferenziali - spiega il direttore dei servizi sociosanitari dell’Ulss Polesana Marcello Mazzo - ma percorsi ben definiti che aiutano le famiglie ad avvicinarsi ai servizi. Per alcune persone entrare in ospedale può diventare quasi inaccessibile. L’obiettivo è facilitare l’ingresso e soprattutto cambiare cultura nell’accoglienza”.
Il punto non è solo eseguire una prestazione, ma il come la si esegue. Ambienti dedicati, tempi diversi, personale formato, comunicazione con i caregiver. Un’organizzazione che parte da un presupposto semplice: non si può chiedere a tutti di adattarsi al sistema, a volte è il sistema che deve adattarsi alla persona.
Un concetto ribadito con forza anche dal direttore generale dell’Ulss Polesana Pietro Girardi: “Questi percorsi servono a mettere a proprio agio le famiglie e le persone con disabilità”.
A spiegare cosa significhi davvero questo approccio è stata la lectio magistralis del dottor Filippo Ghelma, direttore della Struttura Complessa Dama dell’Asst Santi Paolo e Carlo di Milano, che da anni porta avanti questo modello organizzativo. Il suo racconto è partito da un episodio concreto: un giovane con grave disabilità che non riusciva a sottoporsi a un esame fondamentale perché nessuno sapeva come gestirlo. Non per mancanza di competenze cliniche, ma per mancanza di organizzazione attorno alla persona. “Il problema - ha spiegato - è che spesso non sappiamo come fare. Non servono solo le conoscenze mediche, servono spazi adeguati, tempi diversi, protocolli, memoria di quello che funziona e di quello che non funziona”.
Ed è qui che il modello Dama cambia prospettiva: archivio delle esperienze, personalizzazione dei percorsi, locali dedicati, meno attese, meno stress, meno ricorso al pronto soccorso, meno sedazioni forzate. Un modo di lavorare che, nei dati lombardi, ha portato a risultati ben oltre le aspettative.
Il progetto polesano prevede anche un importante percorso formativo che coinvolge operatori sanitari, medici di medicina generale, pediatri e terzo settore, perché la presa in carico non può essere solo ospedaliera ma di rete.
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