VOCE
La tragedia
08.02.2026 - 12:53
Nel bianco del tardo pomeriggio, quando il sole slancia ombre bluastre sulla Marmolada, il gruppo si ferma un istante. Oltre il bordo della pista, la neve sembra intonsa, invitante. In quell’attimo sospeso tra prudenza e desiderio, un unico gesto — la prima curva — diventa frattura: il manto scivola, la placca si stacca, il pendio si anima di una corsa cieca. È il boato di una valanga, un suono senza appello, e subito dopo il silenzio. In pochi minuti, sopra le piste di Punta Rocca e non lontano da Punta Serauta, il fuoripista si trasforma in tragedia: perde la vita Alex Farronato, 41 anni, originario dell’area di Bassano del Grappa e legato a Romano d’Ezzelino (Vicenza). A nulla valgono la prontezza dei compagni, l’equipaggiamento corretto, l’arrivo in quota dei tecnici: la montagna concede solo materiale per le domande, non per i ripensamenti.
È il pomeriggio di sabato 7 febbraio 2026. L’allarme scatta attorno alle 16.15: nei pressi di Punta Serauta, oltre il margine delle piste di Punta Rocca, una valanga ha travolto un gruppo di quattro sciatori, tutti italiani, tutti sulla quarantina. La chiamata al 112 parte da uno dei compagni, rimasto illeso. La macchina dei soccorsi si muove in pochi minuti: decolla l’elicottero dell’Aiut Alpin Dolomites, si attiva la stazione Alta Fassa del Soccorso Alpino e Speleologico del Trentino, arrivano in supporto l’elicottero Falco di Belluno e le unità cinofile. In piazzola, a Canazei, altri tecnici sono pronti a subentrare. La ricostruzione, confermata da più fonti, è lineare e crudele: il primo del gruppo — che apriva la traccia — innesca il distacco; la valanga lo seppellisce; gli altri tre, equipaggiati con Artva, pala e sonda, iniziano immediatamente le manovre di autosoccorso, coadiuvati da sciatori presenti in zona, mentre in quota stanno arrivando i professionisti. Quando i tecnici lo recuperano, per Alex non c’è più nulla da fare.
Il teatro dell’incidente è una zona delicata, appena “oltre” le piste della Marmolada, nella cornice severa tra Serauta e Punta Rocca. Qui, la stazione di Serauta si trova a circa 2.950 metri, mentre la sommità di Punta Rocca è raggiunta dalla funivia fino a quota 3.265 metri: un’area iconica e frequentata, ma che, fuori traccia, chiede letture fini del manto e dei micro-rilievi.
La vittima è Alex Farronato, 41 anni, molto legato al territorio del Bassanese: più testate locali riconducono la sua residenza o i suoi riferimenti a Romano d’Ezzelino e all’area di Bassano del Grappa. Un profilo di appassionato vero, non un turista casuale della neve. Un uomo di passo sicuro e attrezzatura corretta, come confermato dal fatto che il gruppo fosse dotato di Artva, pala e sonda. È la parte più difficile da accettare: conoscere, talvolta, non basta.
Secondo la ricostruzione del Soccorso Alpino trentino, il distacco sarebbe stato provocato dal primo passaggio del gruppo nel tratto di fuoripista oltre le piste di Punta Rocca. Si tratterebbe, con tutta probabilità, di un distacco provocato su un accumulo instabile — una dinamica frequente quando si lavora una traccia su neve ventata o mal coesa. L’Artva serve a localizzare, la pala a disseppellire rapidamente, la sonda a confermare il punto esatto; ma contro la massa e l’energia cinetica della valanga non esistono scorciatoie. Anche per chi è attrezzato e allenato, la soglia tra “controllo” e “sovraccarico” può essere sorprendentemente sottile.
La Marmolada è un paradosso affascinante: la funivia porta sul tetto delle Dolomiti in pochi minuti; basta deviare pochi metri dal segnalato per essere in terreno dove contano soltanto pendenza, esposizione, vento e stratigrafia del manto nevoso. L’accessibilità turistica di Serauta (2.950 m) e Punta Rocca (3.265 m) è indubbia, ma in inverno — e soprattutto in fuoripista — la familiarità apparente è un inganno. La discesa “accanto alle piste” non è la pista: lì non c’è compattazione meccanica, non c’è controllo, non c’è prevenzione attiva. C’è soltanto il pendio.
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