VOCE
Viaggi dell'orrore
09.02.2026 - 04:03
Una porta chiusa, la telecamera che indugia su un citofono muto, la strada di provincia battuta dal vento invernale. A San Vito al Tagliamento, casa di un ottantenne ex camionista, da ore si alternano cronisti e troupe. L’uomo, secondo le carte, avrebbe raccontato di “caccia all’uomo” sulle colline che stringevano Sarajevo durante l’assedio. Lunedì 9 febbraio 2026 siederà davanti ai magistrati di Milano per l’interrogatorio: è il primo indagato in Italia nell’inchiesta sui presunti “cecchini del weekend”. E ha già fatto sapere – per bocca della difesa e in una dichiarazione resa a un quotidiano online – che “andava in Bosnia per lavoro, non per cacciare”. È il nome che finora mancava a una storia rimossa e insieme raccontata a sprazzi da testimonianze, servizi segreti, un documentario e un fascicolo che oggi corre veloce sul tavolo della Procura di Milano.
Si chiama Giuseppe Vegnaduzzo, 80 anni, ex autotrasportatore con un passato da operaio metalmeccanico, residente in provincia di Pordenone. È indagato per omicidio volontario continuato e aggravato, con l’ipotesi di motivazioni abbiette e crudeltà, in concorso con persone allo stato ignote. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, tra il 1992 e il 1995 avrebbe partecipato – o si sarebbe vantato di aver partecipato – a spedizioni di tiro da postazioni sulle alture intorno a Sarajevo, quando la città era assediata dalle forze serbo-bosniache. Nei giorni scorsi, durante una perquisizione nell’abitazione, i carabinieri del ROS hanno sequestrato sette armi regolarmente detenute: due pistole, una carabina e quattro fucili. L’interrogatorio a Milano è fissato per lunedì, e il fascicolo è coordinato dal pm Alessandro Gobbis con il procuratore capo Marcello Viola.
La difesa dell’ottantenne ha fatto sapere che l’indagato “risponderà ai magistrati” e nega ogni addebito. A un sito di informazione locale, l’uomo ha ribadito: “Andavo in Bosnia per lavoro, non per cacciare”. Un’affermazione che, se confermata davanti ai giudici, segnerà il primo confronto diretto tra la versione dell’indagato e il quadro accusatorio raccolto in questi mesi.
Il procedimento nasce a Milano sulla scia di un esposto presentato dallo scrittore Ezio Gavazzeni, assistito dagli avvocati Nicola Brigida e Guido Salvini, ex magistrato istruttore su storiche inchieste italiane. Un dossier di 17 pagine che mette in fila testimonianze, contatti e tracce documentali sulle attività di presunti “turisti della guerra” italiani sui crinali di Sarajevo. Una delle chiavi di volta è la deposizione di Edin Subašić, ex agente dell’intelligence militare bosniaca, che sostiene di aver informato, tra la fine del 1993 e l’inizio del 1994, la sede locale del SISMI (oggi AISI) dell’esistenza di gruppi di stranieri – tra cui almeno cinque italiani – accompagnati sulle colline per sparare ai civili. Secondo Subašić, il SISMI avrebbe poi comunicato di aver interrotto quella rete a Trieste. Gli inquirenti milanesi hanno avviato contatti internazionali per acquisire atti e verificare l’eventuale esistenza di documenti nei vecchi archivi dell’intelligence.
Al fascicolo sono state aggregate anche le denunce e le sollecitazioni arrivate da Sarajevo. L’ex sindaca Benjamina Karić ha riferito di aver trasmesso, attraverso l’Ambasciata d’Italia a Sarajevo, un rapporto alla Procura di Milano, rendendosi disponibile a testimoniare e chiedendo “verità e giustizia” per le vittime dell’assedio. È un tassello politico-istituzionale che segnala l’attenzione delle autorità bosniache e l’eventualità che Sarajevo possa costituirsi parte offesa nel procedimento italiano.
La formula giornalistica “cecchini del weekend” rimanda a un fenomeno ipotizzato già durante il conflitto e tornato d’attualità con il documentario “Sarajevo Safari” del regista sloveno Miran Zupanič (2022). Nel film, un ex militare serbo e un contractor parlano di stranieri che, a pagamento, venivano portati sulle colline per sparare ai civili. Il regista non fa nomi, ma il mosaico italiano – tra Trieste, Belgrado e le alture di Sarajevo – è ricostruito da articoli, testimonianze e, soprattutto, dall’esposto Gavazzeni. L’ipotesi investigativa a Milano è che alcuni connazionali abbiano partecipato o assistito a tiri contro donne, anziani e bambini, con tariffe differenziate a seconda del “bersaglio”: un dettaglio raccapricciante riportato da testimoni e da cronache dell’epoca, che resta tuttavia da corroborare con prove giudiziarie.
Gli inquirenti stanno ascoltando o programmando di ascoltare testimoni chiave, tra cui l’ex 007 Edin Subašić, e raccogliendo elementi su presunti viaggi organizzati dall’Italia verso le posizioni serbo-bosniache: in alcuni casi, dicono le fonti, i “cacciatori” si sarebbero mescolati a convogli umanitari partiti dal Milanese. L’obiettivo è verificare chi ha organizzato, accompagnato, protetto e pagato.
La contestazione di omicidio volontario continuato e aggravato esclude la prescrizione secondo la normativa italiana; resta da definire il perimetro dei singoli episodi e il grado di coinvolgimento di eventuali concorrenti. La Procura di Milano procede per giurisdizione su fatti che coinvolgono cittadini italiani, in concorso con soggetti stranieri, su un teatro di guerra estero. Sono in corso interlocuzioni con il Meccanismo Residuale per i Tribunali Penali Internazionali (successore del TPI dell’Aja per i crimini dell’ex Jugoslavia) per acquisire atti, verbali e sentenze che potrebbero contenere riferimenti utili. Se emergeranno collegamenti strutturali con reparti dell’Esercito della Republika Srpska, la catena di responsabilità potrebbe allungarsi, in parte già definita dalle sentenze su Radovan Karadžić e altri imputati per crimini di guerra e contro l’umanità.
Tra il 1992 e il 1996, l’assedio di Sarajevo è stato il più lungo in Europa dalla Seconda guerra mondiale. Oltre 10.000 persone uccise, migliaia ferite, interi quartieri trasformati in trappole mortali da cecchini che controllavano gli assi stradali – la famigerata “Sniper Alley” – e i varchi tra i palazzi. L’idea che stranieri abbiano “pagato il biglietto” per provare l’ebbrezza del tiro su civili disarmati non è solo moralmente insopportabile; è anche una ferita politica ancora aperta, perché chiama in causa complicità, omissioni e coperture in pieno conflitto. Non è un caso che, a distanza di tre decenni, la sola possibilità di dare un nome e un volto a quei “turisti della morte” abbia scatenato un’ondata di memorie, denunce e richieste di verità da Sarajevo all’Italia.
L’interrogatorio di Giuseppe Vegnaduzzo è fissato per lunedì 9 febbraio 2026 a Milano. La difesa ha annunciato che l’indagato risponderà e contesterà le accuse. A oggi non risultano altri italiani formalmente indagati, sebbene gli inquirenti stiano vagliando altri nomi emersi da testimonianze. Nel frattempo, nell’abitazione di San Vito si è assistito a un vero e proprio assedio mediatico, con l’uomo che ha rifiutato ogni intervista. Per i magistrati, il confronto diretto servirà a chiarire frequenza e ragioni dei suoi viaggi nell’ex Jugoslavia, eventuali contatti locali, logistica degli spostamenti e – soprattutto – l’attendibilità dei racconti su cui si fonda il quadro accusatorio.
A fare da detonatore è stato, oltre all’esposto, un lavoro giornalistico che ha progressivamente riportato in superficie nomi, circostanze, storie. In Friuli-Venezia Giulia, alcune croniste locali hanno raccolto testimonianze definite “agghiaccianti”, parlando del profilo dell’ottantenne come di un “appassionato di armi” e vicino all’estrema destra. Altre ricostruzioni della stampa nazionale – dal Corriere a la Repubblica, dalla Rai all’ANSA – hanno descritto tempistica, modalità dell’invito a comparire, perquisizioni e contatti internazionali. L’attenzione internazionale, poi, si è riaccesa con articoli che inquadrano il caso italiano nel più ampio tema dello “sniper tourism” durante l’assedio, ricordando la cifra di oltre diecimila morti e alcuni episodi simbolo, come l’uccisione nel 1993 della coppia Boško Brkić e Admira Ismić.
La narrazione dei “safari umani” non è solo un trauma balcanico. Interroga l’Italia su ciò che sapeva, su ciò che poteva fare e non ha fatto, su come le guerre – anche quelle “vicine” – diventano colonie dell’illegale, della crudeltà monetizzata, del voyeurismo armato. Se un tribunale accerterà responsabilità italiane, la vicenda entrerà nella nostra storia giudiziaria come uno dei capitoli più bui del dopoguerra europeo. Se invece le accuse cadranno, resterà il dovere di averle indagate a fondo, perché nessun segreto di guerra merita l’oblio.
Nel frattempo, la porta della casa di San Vito al Tagliamento resta chiusa. Dentro, un uomo di 80 anni attende l’interrogatorio. Fuori, la cronaca – e con essa una città assediata trent’anni fa – chiede di essere finalmente ascoltata, fino in fondo.
La Voce nuova | Direttore responsabile: Alberto Garbellini
Editrice Editoriale la Voce Soc. Coop. | Piazza Garibaldi, 17 - 45100 Rovigo Telefono 0425 200 282 - Fax 0425 422584 - email: redazione.ro@lavoce-nuova.it
Per la tua pubbicita' su questo sito: commerciale.ro@lavoce-nuova.it
Editrice: Editoriale La Voce Società Cooperativa. “La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo.” Redazione: piazza Garibaldi 17, 45100, Rovigo tel. 0425 200282 e:mail: redazione.ro@lavoce-nuova.it sito: www.lavocedirovigo.it
Pubblicità locale: Editoriale La Voce Soc. Coop. Divisione commerciale Piazza Garibaldi 17 - 45100 Rovigo - Tel. 0425 200282. Pubblicità Nazionale: MANZONI & C. S.p.A. Via Nervesa, 21 - 20139 Milano - Tel. 02 574941 www.manzoniadvertising.com Stampa: Tipre srl Luogo di stampa: via Canton Santo 5 Borsano di Busto Arsizio. POSTE ITALIANE S.P.A. - Sped. in Abb. Post. - D.L. 353/2003
(conv. in L. 27/02/2004, n.46) art. 1, comma 1, DCB (Ro). Testata registrata “La Voce Nuova” Registrazione del Tribunale di Rovigo n. 11/2000 del 09/08/2000.
Testata aderente all’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria www.iap.it. Iscrizione al ROC n. 23289. Associata FILE 