VOCE
IL LUTTO
09.02.2026 - 03:14
La sua voce, profonda e intensa, faceva venire da pelle d’oca. Vittorio Garbo, alle spalle una lunga carriera da tenore, per 30 anni nel coro della Rai, si è spento ieri, a 96 anni, dopo aver lottato a lungo contro una crudele malattia. Era lo zio del sindaco Valeria Cittadin, ed è stato proprio il primo cittadino a dare la notizia della scomparsa.
Chi conosceva Vittorio Garbo lo descrive di carattere riservato e timido, ma con dentro una forza e un talento fuori dal comune. Garbo, dopo la pensione, era tornato a vivere a Mardimago, nel Polesine che aveva lasciato alla fine degli anni Cinquanta per inseguire la carriera. Qualche anno fa, era stato anche premiato, a San Martino di Venezze, per quanto realizzato sui più noti palcoscenici di tutta Italia.
Proprio a San Martino, e più precisamente nella frazione di Beverare, Garbo era nato il 10 settembre 1929, da genitori che erano piccoli coltivatori diretti. Dopo la scuola dell’obbligo aveva lavorato nella piccola azienda agricola di famiglia. Ben presto però si era fatto notare per la sua voce, quando cantava brani di opere liriche che venivano trasmesse per radio.
Furono gli amici a consigliargli di farsi ascoltare da qualche maestro di canto, così nel 1953, a 24 anni, conobbe la grande soprano Dalla Rizza di Venezia che, riconoscendo gli aspetti importanti della sua voce, lo indirizzò con una lettera di accompagnamento alla soprano Iris Adami Caradetti, che insegnava all’allora liceo musicale Venezze di Rovigo.
Nel 1959, a 30 anni, la svolta. La Rai indisse un concorso nazionale per voci da coro per tenori con l’orchestra lirico-sinfonica nazionale della Rai di Roma. Su 83 concorrenti Garbo fu selezionato tra i primi quattro e il 19 gennaio 1960 entrò a far parte del coro della Rai diretto dal maestro Nino Antonellini. Ogni sabato c’erano le registrazioni, in radio e per televisione, che venivano proposte dalla Rai durante la settimana. Il coro teneva concerti un po’ ovunque in Italia: da Torino ad Amalfi, da Palermo ad Orvieto.
E alcuni illustri maestri di musica, sentendo una voce tanto potente, gli consigliarono di fare il solista, sostenevano che avrebbe potuto cantare nelle grandi opere liriche di Puccini, Verdi, Rossini. Gli mancava però un aspetto importante del carattere: quando si metteva davanti al pubblico da solo, la timidezza prendeva il sopravvento. Rinunciò quindi alla carriera da solista, anche con rammarico, e continuò a cantare nel coro della Rai fino al 1990, anno in cui andò in pensione.
Tornato in Polesine, si iscrisse poi al club Giuseppe Verdi di Lendinara, dove c’era un grande fermento e interesse per la musica lirica. Nella sua lunga carriera, Garbo ha inciso tante romanze su audiocassette e anche videocassette in modo autonomo. La sua casa a Mardimago, negli anni, era diventato poi un tempio della lirica, che ora è rimasto vuoto.
Nel ricordo dello zio, affidato ai social, il sindaco Cittadin, ieri, ha posto però anche il tema del fine vita. “Davanti a una sofferenza prolungata è impossibile non interrogarsi sul senso della dignità, della cura e della libertà di scelta nel fine vita”, ha scritto il sindaco. “Su questo tema - ha aggiunto - personalmente ho una posizione chiara: credo che la dignità di ognuno debba restare centrale, soprattutto quando la sofferenza diventa insopportabile e senza prospettive”. Per chiudere: “Parlare di fine vita significa parlare di persone, di famiglie, di dolore reale. Una comunità matura non deve avere paura di farlo”.
Ma. Ran.
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