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12.02.2026 - 16:00
Il segnale è arrivato netto e senza sfumature: si torna in ufficio. A sei anni dall’emergenza sanitaria che aveva rivoluzionato l’organizzazione del lavoro, alcune grandi aziende hanno deciso di chiudere la stagione dello smart working come esperienza diffusa e strutturale. Nel giro di pochi giorni hanno annunciato il rientro in presenza il gruppo automobilistico Stellantis e la software house Ubisoft, con ripercussioni immediate tra i dipendenti italiani, da Torino ad Assago.
La scelta si inserisce in una tendenza internazionale già tracciata da colossi come Amazon, Meta e Goldman Sachs, che negli ultimi mesi hanno progressivamente richiamato il personale dietro la scrivania. In Italia si sono mossi nella stessa direzione anche Electrolux e, nel settore pubblico, la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ovunque la reazione è stata simile: sorpresa, malcontento, mobilitazione sindacale.
Per molti lavoratori il lavoro agile non rappresenta più una concessione straordinaria, ma un equilibrio consolidato. È percepito come uno strumento capace di migliorare la qualità della vita e, allo stesso tempo, di garantire risultati misurabili in termini di produttività. I dati più recenti confermano che non si è verificata un’inversione generalizzata. L’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano rileva che nel 2025 il numero degli smart worker è cresciuto, seppure marginalmente, raggiungendo circa 3,7 milioni di persone. Il modello ibrido, fondato sull’alternanza tra remoto e presenza, appare oggi la formula più diffusa e stabile.
Nel confronto tra imprese e dipendenti emerge anche un altro elemento: la capacità di attrarre e trattenere talenti. La possibilità di lavorare da remoto è tra le prime condizioni poste dai candidati, soprattutto dalle generazioni più giovani. In un mercato del lavoro segnato dalla competizione sulle competenze, la revoca totale della flessibilità può trasformarsi in un fattore di rischio gestionale.
Nel caso di Ubisoft, il ritorno in presenza si inserisce in un piano globale di riduzione dei costi da 200 milioni di euro. I sindacati ipotizzano che la misura possa tradursi, indirettamente, in uno strumento di pressione per favorire dimissioni volontarie.
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