La presidente del Consiglio Giorgia Meloni rilancia il tema del blocco navale con un video in cui rivendica il rispetto di un impegno inserito nel programma del centrodestra. Nel disegno di legge sulla sicurezza, spiega la premier, viene introdotta la possibilità di interdire temporaneamente l’ingresso nelle acque territoriali italiane in presenza di una minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, includendo il rischio di terrorismo e situazioni di pressione migratoria eccezionale. Il provvedimento contempla anche il trasferimento dei migranti a bordo verso Paesi terzi, una soluzione che, secondo la presidente del Consiglio, sarebbe compatibile con le nuove regole europee alla cui definizione l’Italia ha contribuito.
Il testo normativo stabilisce che il divieto di ingresso possa essere disposto per ragioni legate alla sicurezza nazionale. In parallelo, introduce l’espulsione immediata per stranieri condannati per un’ampia gamma di reati, tra cui la minaccia o la resistenza a pubblico ufficiale e la partecipazione a rivolte nei centri di permanenza per il rimpatrio. Cambiano anche i criteri per la protezione speciale, che potrà essere riconosciuta solo a chi risiede regolarmente in Italia da almeno cinque anni, possiede una certificazione linguistica e dimostra la disponibilità di un alloggio conforme ai requisiti igienico-sanitari previsti.
Il quadro delineato dall’attuale esecutivo si discosta tuttavia dalla proposta contenuta nel programma elettorale di Fratelli d’Italia del 2022. Allora si parlava di una missione navale europea, concordata con le autorità libiche, finalizzata a fermare le partenze dei barconi dalle coste del Nord Africa. Un’operazione militare da svolgersi al largo della Libia per impedire fisicamente le traversate verso l’Italia. Un’impostazione diversa rispetto all’interdizione delle acque territoriali ora prevista dal disegno di legge.
Un precedente analogo risale al 2019, quando Matteo Salvini promosse il decreto Sicurezza bis, il decreto-legge n. 53. Anche in quel caso la pressione migratoria veniva richiamata per giustificare misure restrittive sull’accesso alle acque italiane. La norma fu successivamente modificata dal governo Conte II, che la ricondusse entro i limiti del diritto internazionale e dei principi costituzionali, per evitare conflitti con obblighi sovranazionali.
Sul piano giuridico emergono ora nuove perplessità. Il professore Giuseppe Cataldi, ordinario di diritto internazionale all’Università L’Orientale di Napoli, richiama l’articolo 19 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, ratificata dall’Italia e dunque parte integrante dell’ordinamento interno. La Convenzione stabilisce in modo tassativo quando il passaggio di una nave possa essere considerato non inoffensivo e quindi ostacolabile dallo Stato costiero. Secondo il giurista, non sarebbe consentito introdurre nuove eccezioni in modo arbitrario, soprattutto se tali limitazioni rischiano di entrare in contrasto con l’obbligo di soccorso in mare e con la tutela dei diritti fondamentali.