Un bambino di due anni e tre mesi lotta tra la vita e la morte dopo un trapianto cardiaco che non ha prodotto l’effetto sperato. Il piccolo, affetto da cardiomiopatia dilatativa, attendeva da mesi un organo compatibile. Il 22 dicembre 2025 arriva la chiamata tanto attesa. Il giorno successivo un’équipe dell’Ospedale Monaldi vola all’Ospedale San Maurizio per l’espianto. L’intervento procede senza intoppi. Poi il cuore viene sistemato nel contenitore per il trasporto, mantenuto a temperatura controllata. Secondo l’ipotesi investigativa, potrebbe essere stato utilizzato ghiaccio secco, pratica non prevista dai protocolli.
Il viaggio verso Napoli dura diverse ore. All’arrivo in sala operatoria l’organo appare danneggiato, con lesioni alle fibre del tessuto cardiaco. In gergo viene definito “bruciato”. Nonostante le condizioni critiche, il trapianto viene eseguito. Il cuore, però, non riesce a garantire una funzione di pompa adeguata. Il bambino viene posto in coma farmacologico e collegato a un sistema Ecmo veno-arterioso, dispositivo che sostituisce temporaneamente cuore e polmoni assicurando ossigenazione extracorporea.
La vicenda emerge pubblicamente solo nei giorni successivi. Il 29 dicembre un componente dell’équipe si dimette dall’incarico nel reparto di trapiantologia pediatrica. L’11 gennaio viene presentato un esposto ai carabinieri. La Procura di Napoli apre un’inchiesta coordinata dal procuratore Nicola Gratteri. L’ipotesi di reato è lesioni colpose gravissime. Sei sanitari risultano indagati tra chirurghi, medici e personale coinvolto nelle fasi di espianto, trasporto e impianto. Solo dopo l’esplosione mediatica del caso l’azienda ospedaliera sospende il servizio di trapiantologia pediatrica.
Il piccolo è ricoverato da oltre cinquanta giorni in terapia intensiva. La prolungata assistenza tramite Ecmo comporta rischi elevati: flusso continuo non pulsatile, possibili danni agli organi, aumento delle infezioni, alterazioni del microcircolo. Le sue condizioni vengono descritte in peggioramento, con complicazioni che coinvolgono anche il fegato. È stata attivata un’allerta europea per individuare un nuovo cuore compatibile, ma finora senza esito.
In Italia il programma nazionale pediatrico per i trapianti è operativo dal 1996. La gestione delle liste e delle compatibilità è affidata al Centro Nazionale Trapianti, che valuta gruppo sanguigno, dimensioni di donatore e ricevente e gravità clinica. In caso di urgenza può essere attivata una precedenza. Se non vi è disponibilità sul territorio nazionale, gli organi vengono condivisi attraverso la piattaforma europea Foedus.
I protocolli prevedono che tra prelievo e impianto trascorrano al massimo quattro-sei ore. L’organo, dopo l’iniezione di soluzione ipotermica nelle coronarie per arrestarne l’attività, viene conservato in più involucri sterili e mantenuto a circa quattro gradi tramite ghiaccio esterno. L’uso di ghiaccio secco non rientra nelle procedure standard e rappresenta al momento solo una pista al vaglio degli inquirenti.
Nel 2024 in Italia sono stati eseguiti 32 trapianti cardiaci pediatrici. Una cinquantina di minori risulta attualmente in lista d’attesa. I tempi medi superano i tre anni. La compatibilità richiede un peso simile tra donatore e ricevente, con una tolleranza intorno al venti per cento. Nel frattempo, in una stanza di terapia intensiva, la sopravvivenza del bambino resta appesa a un macchinario e alla speranza di un nuovo cuore.