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L’angelo delle maternità impossibili

Paola Veronese, 47 anni, è direttrice della Uoc di Ostetricia e Ginecologia dell’università di Padova

L’angelo delle maternità impossibili

Ci sono donne che riescono a diventare simbolo e ispirazione, senza avere la presunzione di esserlo. “Ho la fortuna di fare il lavoro che amo”, si schermisce Paola Veronese, 47 anni, portovirese, direttrice dell’Unità operativa complessa di Ostetricia e Ginecologia dell’azienda ospedaliera dell’Università di Padova.

La sua ultima “fatica”, sua e di un’equipe multidisciplinare di medici giovani e appassionati, è stata salvare Sofia, quando era ancora tra la pancia della mamma e la vita. Il feto si presentava con una massa di 14 centimetri a livello polmonare. Per la prima volta la squadra di Veronese ha utilizzato una tecnica “Exit to Ecmo”. Il parto cesareo è avvenuto mantenendo la bambina parzialmente nell’utero, ancora collegata alla placenta materna. Questo ha garantito l’ossigenazione al feto durante le fasi più delicate della nascita. Subito dopo, è stata attivata l’Ecmo, la macchina che sostituisce temporaneamente cuore e polmoni, permettendo agli organi di riposare. Una volta stabilizzata, la neonata è stata trasferita in sala operatoria e sottoposta a un delicato intervento di toracotomia neonatale per l’asportazione della massa polmonare.

“Quando salvi una vita, anzi due, e una famiglia, ci sentiamo sempre un po’ zii”, dice con naturalezza. E si vede e si sente che non è la frase a effetto. E’ proprio così. “Sin da bambina sognavo di essere medico, lo ricorda meglio mia sorella (Maura, ex sindaco di Porto Viro e noto avvocato del foro di Rovigo). Ho avuto molta fortuna di intercettare la specialità che mi piaceva, mi sono laureata a Bologna, mi sono specializzata al Buzzi di Milano all’ospedale dei bambini nel centro di medicina fetale e mi sono innamorata di questa parte della mia vita. Poi ho fatto il dottorato a Udine nella clinica ostetrica e ho avuto grandi mentori, la dottoressa Gervasi, Roberto Romero, che hanno strutturato a Padova il centro di gravidanza a rischio che è diventato un punto di riferimento a livello regionale. Seguiamo duemila pazienti con gravidanze patologiche all’anno. La rete regionale è molto fitta e quando c’è una problematica siamo noi il centro di riferimento”.

Padova è un hub, come detta in soldoni. E Veronese ne è a capo. Ma non dimentica che senza la squadra non si va da nessuna parte: “La nostra forza è un gruppo di medici che hanno una formazione e un’expertise. Più pazienti patologiche tratti come azienda universitaria che ha un approccio multidisciplinare di cardiochirurgia pediatrica, genetica, ostetricia, più migliori la tua expertise. Il compito di ostetricia è di coordinare tutte queste competenze nel bene di due pazienti, mamma e figlio”.

E’ la sanità veneta che funziona e che è ancora un fiore all’occhiello del Veneto e punto di riferimento in tutta Italia. Con l’aumento dell’età in cui si fanno figli e il ricorso alla Pma, aumentano anche le gravidanze complesse. “La Pma è un ottimo strumento - continua la dottoressa - ma la medicalizzazione della gravidanza può avere delle conseguenze sulla maternità. Per questo noi prediligiamo molto i parti naturali e lavoriamo per una umanizzazione del travaglio. Nelle nostre sale parto si formano le famiglie, per questo vogliamo che siano il più confortate possibile”. Una passione sconfinata per la nascita, che non l’abbandona e per i bimbi, Veronese è un esempio di come sacrificio, competenza e studio diano dei risultati. “Mi è bastato lavorare al meglio delle mie capacità, in ambito universitario non ho visto nepotismo. La mia direzione mi ha guidato e mi ha dato delle opportunità. Certo, non avendo figli non ho lo stesso carico che hanno molte delle mie colleghe e dal punto di vista sociale la donna che lavora in ospedale che è fatta di turni, di guardie e di notti fa una vita sacrificata, qualcosa dovrebbe cambiare in questo senso”.

Insomma, la ricerca, il lavoro e Padova l’hanno rapita, ma Paola Veronese a Porto Viro torna quando può: “Qui ho mia sorella, mio cugino Luigi, che è come un fratello, i miei amici di sempre. Quando perdi presto entrambi i genitori questa rete diventa fondamentale”. E non c’è scienziato senza una grande umanità alla base.

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