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13.02.2026 - 17:00
Il riscatto della laurea torna al centro del dibattito previdenziale come leva per anticipare l’uscita dal lavoro. Lo strumento dell’Inps consente di trasformare gli anni trascorsi all’università in contributi utili ai fini pensionistici, ma le simulazioni pubblicate dal Corriere della Sera mostrano come la convenienza non sia affatto automatica. La scelta dipende da variabili decisive: l’età di ingresso nel mondo del lavoro, la continuità contributiva e, soprattutto, il periodo storico in cui sono iniziati i versamenti.
Il punto di svolta resta il 1996. Con la riforma Dini il sistema italiano è passato dal metodo retributivo al contributivo, modificando radicalmente il calcolo dell’assegno e i requisiti di accesso. Chi ha iniziato a lavorare prima di quella data si muove in un quadro diverso rispetto ai cosiddetti “post-1996”, per i quali il valore della pensione diventa elemento centrale nella valutazione.
Le simulazioni indicano una convenienza piena per chi ha avviato presto la carriera e ha versato contributi con continuità prima del 1996. Un lavoratore sessantenne che abbia iniziato a 24 anni potrebbe ottenere un anticipo di oltre cinque anni riscattando l’intero percorso universitario. Il vantaggio deriva anche dal fatto che quegli anni si collocano in un periodo precedente all’adeguamento automatico dei requisiti alla speranza di vita introdotto con la Legge Fornero. Una dinamica analoga riguarda una lavoratrice poco più che sessantenne con ingresso stabile nel mercato del lavoro alla stessa età: anche in questo caso il riscatto garantirebbe un anticipo significativo.
Il quadro cambia quando l’attività professionale è iniziata più tardi. Per chi ha cominciato a 27 anni, il beneficio si riduce sensibilmente. Il recupero degli anni universitari produce un anticipo più contenuto, poco più di due anni, segno che il sistema premia chi ha accumulato anzianità contributiva fin dall’inizio della carriera e penalizza percorsi caratterizzati da ritardi o discontinuità.
Per i lavoratori interamente nel sistema contributivo la valutazione si complica ulteriormente. La normativa vigente consente già la pensione anticipata ordinaria a 64 anni con almeno 20 anni di contributi, a condizione che l’assegno maturato raggiunga una soglia minima legata all’assegno sociale. In questi casi il riscatto non va misurato soltanto in termini di anni guadagnati, ma anche in rapporto all’importo della pensione. Se l’assegno supera la soglia prevista, l’anticipo ordinario può risultare più vantaggioso rispetto al costo del riscatto.
Le simulazioni mostrano come un lavoratore di mezza età che abbia iniziato a 27 anni potrebbe non ottenere alcun beneficio effettivo dal riscatto, qualora il futuro assegno superi i limiti fissati dalla legge. Una situazione simile riguarda una lavoratrice con analoga storia contributiva, per la quale la presenza di figli riduce ulteriormente la soglia richiesta, rendendo meno attrattiva la trasformazione degli anni di studio.
Esistono tuttavia casi di convenienza parziale anche tra i “post-1996”. Se la pensione prevista resta al di sotto della soglia minima per l’anticipo ordinario, il riscatto può consentire un recupero di oltre due anni sull’età di vecchiaia, offrendo un margine di flessibilità non trascurabile.
L’ipotesi più delicata riguarda chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996 ma ha concluso parte degli studi prima di quella data. In questa circostanza il riscatto potrebbe far rientrare il lavoratore nel regime “pre-1996”, con la perdita dei vantaggi dell’anticipo ordinario. Se l’assegno supera la soglia prevista, l’uscita dal lavoro rischia addirittura di slittare di quasi due anni rispetto alle regole attuali. Solo in presenza di un importo inferiore ai limiti stabiliti il riscatto tornerebbe a produrre un vantaggio, seppur ridotto.
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