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Michelangelo, il segreto riemerge

Ventidue opere riaffiorano e cade il mito dei bozzetti bruciati

Michelangelo, il segreto riemerge

Michelangelo Buonarroti non distrusse i suoi lavori negli ultimi giorni di vita. A quasi cinque secoli dalla morte del maestro, una nuova ricostruzione documentale ribalta una delle convinzioni più radicate sulla fine del genio rinascimentale e porta alla luce almeno venti opere finora sconosciute o mai attribuite con certezza.

All’ombra della Basilica di San Pietro, un Comitato scientifico di alto profilo lavora da mesi per fare chiarezza su quanto accadde nel febbraio del 1564. Nemmeno il suo biografo, Giorgio Vasari, riuscì a dissipare il dubbio sulla sorte dei bozzetti, dei cartoni, delle cere e delle sculture custodite nella casa romana di via Macel de’ Corvi. Oggi quella narrazione appare smentita.

La svolta arriva da una ricerca durata oltre dieci anni. La studiosa romana Valentina Salerno ha ricomposto un mosaico di testamenti, inventari e atti notarili conservati in archivi italiani e stranieri, tra cui quelli dello Stato e del Vaticano. Dai documenti emerge una linea di continuità che certifica l’autenticità di almeno una ventina di opere, tra disegni, sanguigne e sculture, sopravvissute ai secoli ma rimaste ai margini delle attribuzioni ufficiali.

Nel 1564, consapevole della fine imminente, Michelangelo avrebbe scelto di mettere in salvo il proprio patrimonio artistico. Non un rogo, dunque, ma un trasferimento riservato in un ambiente segreto, un cubicolo sottratto a sguardi indiscreti. Quando il notaio Francesco Tomassino redasse l’inventario dopo la morte del maestro, trovò solo tre grandi statue e pochi cartoni. Il resto era già altrove, affidato a un ristretto gruppo di discepoli e confratelli incaricati di preservarlo.

Lo studio, sostenuto dai Canonici Regolari Lateranensi del Santissimo Sacramento e dal professor Michele Rak, è approdato in Vaticano nel 2024 grazie a padre Agnello Stoia. Il cardinale Mauro Gambetti ha quindi istituito un Comitato scientifico composto da studiosi di primo piano, tra cui William Wallace della Washington University di Saint Louis, Hugo Chapman del British Museum, Barbara Jatta dei Musei Vaticani, Cristina Acidini dell’Accademia delle Arti di Firenze, Alessandro Checchi della Fondazione Buonarroti e Pietro Zander della Fabbrica di San Pietro.

Il lavoro si è svolto con riservatezza assoluta, anche durante la Sede Vacante seguita alla morte di Papa Francesco. Parallelamente, il mercato internazionale ha acceso i riflettori sulla vicenda. Il 5 febbraio scorso, a Londra, la casa d’aste Christie’s ha venduto per oltre 27 milioni di dollari un piccolo bozzetto raffigurante il piede della Sibilla Libica, attribuito a Michelangelo dopo mesi di verifiche. La provenienza ricostruita dagli esperti segue una traiettoria che da Daniele da Volterra conduce a Michele degli Alberti, fino alla famiglia svizzera de Mestral de Saint Saphorin.

Proprio Michele degli Alberti, insieme a Feliciano da San Vito, era accanto al maestro nelle sue ultime ore. Da quel nucleo ristretto, secondo le carte esaminate, partirebbe la catena di passaggi che avrebbe custodito il tesoro sottratto alla dispersione. Dopo la morte dell’artista, una frattura tra Roma e Firenze avrebbe segnato il destino delle opere, alimentando silenzi e omissioni.

Oggi, alla luce delle nuove evidenze, si apre una fase inedita negli studi michelangioleschi. La leggenda dei bozzetti distrutti lascia spazio a una diversa verità storica, mentre musei, collezionisti e studiosi sono chiamati a verificare tracce rimaste nell’ombra per secoli. Il patrimonio del Rinascimento potrebbe essere più vasto di quanto finora immaginato.

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