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IL CASO

Social, stretta globale sui minori

Divieti e sanzioni accendono lo scontro con le piattaforme

Social, stretta globale sui minori

Nel 2021, quando Meta si chiamava ancora Facebook, una copertina del The Guardian raffigurò un pacchetto di sigarette con il logo del social e un messaggio provocatorio: i social network come nuova industria del tabacco. L’immagine divenne il simbolo di una stagione segnata dai cosiddetti Facebook Papers, le rivelazioni dell’ex dipendente Frances Haugen che portarono alla luce la consapevolezza interna dei rischi per la salute mentale degli adolescenti.

Negli anni successivi, i dati hanno rafforzato l’allarme. Un rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità ha stimato che il 11% degli adolescenti mostra segnali di uso problematico delle piattaforme, con perdita di controllo e conseguenze sul benessere psicologico. In Italia, un’indagine promossa da Fondazione Carolina e Pepita ha evidenziato livelli diffusi di ansia e un rapporto costante, anche notturno, con lo smartphone.

I grandi gruppi tecnologici hanno introdotto profili dedicati ai minori e strumenti di controllo parentale, ma le misure non hanno placato le pressioni politiche. L’Australia ha inaugurato una linea di rigore vietando l’accesso ai social agli under 16. In Spagna il governo guidato da Pedro Sánchez ha annunciato un piano analogo, mentre la Francia ha approvato un primo via libera a un divieto per i minori di 15 anni. Iniziative simili sono allo studio in altri Paesi europei. Al centro del confronto non vi sono soltanto i social, ma soprattutto gli algoritmi che ne regolano il funzionamento, progettati per prolungare il tempo di permanenza online attraverso raccomandazioni continue e personalizzate. Il 6 febbraio la Commissione europea ha contestato a TikTok la violazione del Digital Services Act, sostenendo che il design della piattaforma favorisca meccanismi di dipendenza.

Il confronto tra Bruxelles e i colossi digitali, il cui fatturato eguaglia quello di intere economie nazionali, si inserisce in una più ampia riflessione sulla cosiddetta economia dell’attenzione. Secondo gli esperti, la leva normativa non può essere l’unico strumento: accanto ai divieti occorrono percorsi educativi e culturali capaci di incidere sul modo in cui le tecnologie vengono progettate e utilizzate.

L’ipotesi avanzata da studiosi e osservatori è quella di integrare le regole direttamente nello sviluppo dei prodotti digitali, secondo modelli definiti regulation by design ed ethics by design.

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