VOCE
IL CASO del cuore
28.02.2026 - 13:00
Un’equipe arrivata senza attrezzature adeguate, difficoltà di comunicazione in sala operatoria, un organo custodito in un contenitore improvvisato e infine il ghiaccio secco utilizzato per la conservazione. È la sequenza che emerge dalle testimonianze raccolte a Bolzano sull’espianto del cuore destinato al piccolo Domenico Caliendo, morto dopo il trapianto.
Il 23 dicembre 2025, all’ospedale San Maurizio di Bolzano, la squadra del Monaldi giunge per prelevare il cuore di un bambino deceduto in seguito a un annegamento. In sala operatoria sono presenti anche medici provenienti da Innsbruck, incaricati di altri espianti. Fin dalle prime fasi, riferiscono i sanitari austriaci, emergono criticità evidenti. Solo uno dei chirurghi napoletani parlerebbe inglese, rendendo difficoltoso il confronto tecnico durante l’intervento.
Secondo quanto riportato dai colleghi stranieri, la procedura iniziale non si sarebbe svolta correttamente. Il drenaggio preliminare, passaggio essenziale prima dell’espianto, sarebbe stato effettuato con un’incisione giudicata troppo ridotta. Ne sarebbe derivata una congestione venosa di cuore e fegato, con evidente rigonfiamento degli organi. Gli avvertimenti, ripetuti più volte in inglese, non avrebbero ottenuto risposta. A quel punto uno dei chirurghi di Innsbruck avrebbe deciso di intervenire direttamente.
Le tensioni aumentano mentre si conclude l’espianto. L’equipe napoletana si accorge di non disporre dei sacchetti sterili necessari per la conservazione dell’organo né delle soluzioni per il riempimento. Vengono richiesti materiali ai colleghi presenti. Per il trasporto si utilizza infine un barattolo destinato all’istologia, normalmente impiegato per campioni anatomici, collocato all’interno di un contenitore isotermico da spiaggia.
Anche il trasferimento solleva interrogativi. Alla domanda su come sarebbe avvenuto il rientro, viene indicata un’ambulanza nonostante la disponibilità di un elicottero, poi attivato su iniziativa del personale locale. I medici presenti descrivono una situazione di forte tensione e preoccupazione.
Il passaggio decisivo riguarda però il ghiaccio secco. A Bolzano era disponibile ghiaccio secco, anidride carbonica solida che raggiunge temperature di circa -79 gradi e utilizzata per la conservazione di tessuti. Secondo le testimonianze, il materiale viene mostrato alla chirurga napoletana che ne autorizza l’impiego. Il contenitore isotermico viene quindi riempito con il ghiaccio secco. Le linee guida escludono l’uso di questa sostanza in sala operatoria per la conservazione di organi destinati al trapianto, poiché può provocare danni irreversibili ai tessuti.
L’inchiesta della Procura di Napoli è ora in attesa dell’autopsia con incidente probatorio, che sarà disposta dal gip Mariano Sorrentino. Dalle prime valutazioni, l’orientamento degli inquirenti sarebbe quello di escludere responsabilità dirette del personale di Bolzano, ritenendo che l’operatore che materialmente versò il ghiaccio non avesse competenze specifiche sulle conseguenze cliniche di quella scelta. L’utilizzo sarebbe comunque avvenuto dopo l’assenso dell’équipe partenopea.
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